domenica 10 luglio 2011

Se

Se riesci a conservare il controllo quando tutti
Intorno a te lo perdono e te ne fanno una colpa;
Se riesci ad aver fiducia in te quando tutti
Ne dubitano, ma anche a tener conto del dubbio;
Se riesci ad aspettare e non stancarti di aspettare,
O se mentono a tuo riguardo, a non ricambiare in menzogne,
O se ti odiano, a non lasciarti prendere dall’odio,
E tuttavia a non sembrare troppo buono e a non parlare troppo saggio;

Se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo padrone;
Se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo;
Se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina
E trattare allo stesso modo quei due impostori;
Se riesci a sopportare di udire la verità che hai detto
Distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi
O a contemplare le cose cui hai dedicato la vita, infrante,
E piegarti a ricostruirle con strumenti logori;

Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite
E rischiarle in un colpo solo a testa e croce,
E perdere e ricominciare di nuovo dal principio
E non dire una parola sulla perdita;
Se riesci a costringere cuore, tendini e nervi
A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tener duro quando in te non resta altro
Tranne la Volontà che dice loro: “Tieni duro!”.

Se riesci a parlare con la folla e a conservare la tua virtù,
E a camminare con i Re senza perdere il contatto con la gente,
Se non riesce a ferirti il nemico né l’amico più caro,
Se tutti contano per te, ma nessuno troppo;
Se riesci a occupare il minuto inesorabile
Dando valore a ogni minuto che passa,
Tua è la Terra e tutto ciò che è in essa,
E – quel che è di più – sei un Uomo, figlio mio!

Rudyard Kipling

mercoledì 6 luglio 2011

Monopolio mediatico

Questo video è emblematico del monopolio mediatico in cui langue il nostro paese. C'è chi argomenta ad un volume appena percettibile, pur urlando, e c'è chi risponde con tanto di microfono e vociona amplificata ripetendo ossessivamente parole tese a coprire e non a confutare le tesi altrui. Finchè non ci sarà confronto a parità di condizioni non ci sarà democrazia.

martedì 5 luglio 2011

Come va?

Bene! A parte il caldo, la zanzara tigre, il prezzo della benzina, l'insonnia, i notiziari che sembrano spot e gli spot che sembrano notiziari, le palle che mi girano anche di notte, le speranze incancrenite, le disillusioni cristallizzate, la politica a puttane, l'economia pure, i valori nel cesso, lo sfascio, lo sbando, lo squallore, lo scempio che mi circonda. A parte questo, va bene. Tutto a posto! A te?

lunedì 4 luglio 2011

Travi padane

Bossi a Napolitano: "Parla così perché è napoletano”
Bossi! Colui che sul campanilismo ci ha fondato un partito!
In Italia si è perso il senso del pudore e della vergogna.

domenica 3 luglio 2011

Canzone del maggio di De Andrè

Dedicata a tutti quelli che coprono di insulti chi ha il coraggio di difendere le proprie idee. Il biasimo non è un atto di coraggio ma di viltà.

sabato 2 luglio 2011

Berlusconi dimettiti...

...e porta via con te le tue anomalie, sono stanco di dire "Solo in Italia..."

lunedì 27 giugno 2011

Le buone idee sono opportunità perse se non si traducono in legge

BikeRide.itI governi dei Paesi nord-europei attribuiscono alla bicicletta un ruolo strategico ed investono molti soldi in infrastrutture e politiche di incentivazione ...sono degli spendaccioni? No! Chi utilizza la bicicletta per i piccoli spostamenti almeno per due ore alla settimana rischia una malattia cardiovascolare 40 volte meno degli altri, risparmia, non occupa un posto auto, non brucia carburante, non produce CO2, non fa rumore, non incrementa il traffico e non vi rimane imbottigliato. Pensate al risparmio del sistema sanitario nazionale per malattie cardiovascolari e tumori, al contenimento del debito verso i paesi produttori di petrolio ed a tutti gli altri benefici economici ed ecologici. E l'Italia resta a guardare... e c'è poco da meravigliarsi, anzi, c'è da sorprendersi del fatto che non sia stata istituita una supertassa sulle bici visto che non fanno crescere il PIL e di conseguenza, secondo i più bigotti degli economisti, l'economia. Le amministrazioni locali meridionali, poi, soffrono il mito della pista ciclabile elettorale: un inutilizzabile ciglio di strada largo 50 cm. a doppio senso di circolazione. Ne inaugurano una sotto ogni campagna elettorale salvo poi lasciarla cadere in stato di abbandono ...vero inghiottitoio di denaro pubblico la pista elettorale zigzaga fra i platani e le panchine, sale e scende dai marciapiedi, è perennemente occupata da mezzi in sosta e cassonetti per i rifiuti e, soprattutto, non porta da nessuna parte ...ma costa di più se và, per esempio, dall'università alla stazione? Voltiamo pagina. Promuoviamo la realizzazione di una rete viaria alternativa, riservata a ciclisti e pedoni, con una propria segnaletica e dei Vigili Urbani dedicati. Ogni importante terminale del trasporto pubblico deve essere dotato di cicloparcheggio sorvegliato. Le spese per l'acquisto e la manutenzione della bicicletta devono essere assoggettate all'aliquota IVA del 4% e devono essere detraibili dalla dichiarazione dei redditi assimilandole alle spese mediche. Chi si reca al lavoro in bicicletta dovrebbe godere di un incentivo come accade agli impiegati pubblici svedesi. Insomma, le idee per un mondo migliore ci sono... le leggi no.

dal mio sito sul cicloturismo http://www.bikeride.it/

sabato 25 giugno 2011

Lettera ad un cugino mai nato

Carissimo motociclista che pretendi di essere mio cugino attaccandoti al numero di ruote, al cielo sulla testa, all'amore per la natura, omettendo quel che ti divide da me e dalla natura: gas tossici e rumori molesti. Con l'aria del grande avventuriero mi hai raccontato cosa si prova dopo aver fatto mille chilometri in un solo giorno "schiena a pezzi, gambe addormentate e il sedere non lo senti più": gli stessi sintomi di un attacco di colite. Non prendertela, centauro, non è una provocazione ma un fatto: l'avventura in bici sta a quella su una moto come la traversata della Manica a nuoto sta ad un pediluvio con l'acqua calda... e questo è tutto.

Ho scritto queste righe perché non c'è amore senza rispetto, e rispettare non significa portare rumore e veleno in posti che hanno come caratteristica peculiare l'esserne privi. E' come bestemmiare in chiesa, come urlare al cimitero, come starnutire in un'incubatrice. E' così che la vedo. Io sono un automobilista, certo, e sono stato un motociclista, ma questo non mi impedisce di pensare o di scrivere quello che penso dei motociclisti e degli automobilisti, me compreso. Ho sentito motociclisti raccontare le proprie imprese ed accostarle ai viaggi in bici. Uno che va in moto tende a dimenticare che in bici si pedala. No! Un viaggio in bici è un'esperienza unica, lasciamo perdere le parentele, non contaminiamo lo spirito d'avventura e di sacrificio di chi conta solo sulle proprie forze, non cerchiamo parallelismi improbabili quando c'è chi si integra nella natura per vocazione e chi la natura la vince con la tecnologia. C'è un baratro, filosofico e pratico, incolmabile. Con questo non voglio assolutamente denigrare una categoria e metterne in discussione i valori. Anzi, il discrimine non sta nel riconoscere le differenze ma nel non accettarle. Ho molti amici motociclisti, buoni amici, ma nessun cugino.

dal mio sito sul cicloturismo http://www.bikeride.it/

lunedì 20 giugno 2011

Dateci le piste ciclabili e togliamo il disturbo

Agli utenti della strada che utilizzano mezzi diversi dall'automobile non è esplicitamente vietato circolare, più semplicemente, vengono messi nelle condizioni di sentirsi ospiti indesiderati: le strade sono ideate in funzione delle automobili e di nessun'altro mezzo. Anche riguardo alle regole vi è una disparità di trattamenti tanto acquisita e cronica quanto ingiusta. Il codice della strada, per esempio, vieta il sorpasso in corrispondenza di incroci e linee di mezzeria continue e prevede che questa manovra venga effettuata con prudenza, cioè adeguando la propria velocità a quella del mezzo che precede e segnalando per tempo la manovra con l'indicatore di direzione. Pensate a quante volte queste regole vengono infrante nel caso in cui il mezzo sorpassato è una bicicletta, incalcolabili, ed a quante volte queste infrazioni vengono rilevate dalle forze dell'ordine, praticamente mai. Forse perché è diffusa l'idea che i ciclisti sono dei cittadini di poco conto e che intralciano il traffico. In effetti, visto da dentro un'automobile, il diritto di precedenza rivendicato da un ciclista, anche se sacrosanto, si trasforma in una pretesa. E poi, nel traffico il ciclista và sorpassato per principio, non per necessità. Rallentare perché l'automobile che precede và piano non rende nervosi come farlo perché davanti c'è una bicicletta, rallentare per colpa di un ciclista all'automobilista gli rode, si sente defraudato di un diritto non sancito dal codice della strada ma conferitogli per promanazione divina. Bisogna ammettere che, di fatto, i ciclisti sono degli utenti della strada di serie B. Eppure la strada è di tutti, dei veloci e dei lenti, degli ingombranti e degli agili, dei disinvolti e degli impacciati, e se un'automobilista è costretto a rallentare per la presenza di un ciclista, in realtà, non subisce un torto, bensì paga lo scotto della condivisione degli spazi e della convivenza, lo stesso scotto che paga il ciclista quando respira smog e resta assordato dai rumori del traffico. Su un fatto concordo: i ciclisti dovrebbero sparire dalle strade delle automobili, dateci le piste ciclabili e togliamo il disturbo.

dal mio sito sul cicloturismo http://www.bikeride.it/

lunedì 13 giugno 2011

Vento di libertà

Oggi è una bella giornata, piena di gioia e voglia di cambiare.
Oggi mi riconosco nel mio paese, nella mia Italia, ed è un piacere enorme, pieno e dolce, lo stesso che si prova trovando la mano del proprio partner nei giorni bui.
Grazie a tutti, anche a quelli che non hanno votato, penso non si siano resi conto che non c'era in gioco una scelta politica ma la rivendicazione della propria dignità di cittadini italiani.

venerdì 10 giugno 2011

Cazzate atomiche!

Se ne sentono di tutti i colori.
C'è Oscar Giannino che sfoggia dati sulla mortalità da combustibili fossili pretendendo di confrontarli con quelli da energia atomica.
Cazzata! Il CO2 si libera nell'aria nel momento della combustione e poi basta, invece le scorie nucleari rimangono attive per duemilaquattrocento anni, secondo gli ottimisti. Sono dati disomogenei che non tengono conto della variabile temporale, confrontabili solo da ignoranti a digiuno di statistica spicciola!
C'è il Ministro Brunetta che prospetta risparmi enormi sulle bollette grazie all'utilizzo dell'atomo.
Cazzata! Nessuno dice che francesi e tedeschi "possiedono" la tecnologia nucleare e quindi risparmiano, noi non ce l'abbiamo, dobbiamo importarla dalla Francia esattamente come l'energia! Nessuno mette in conto i costi di gestione delle scorie e li moltiplica per duemilaquattrocento anni, sempre secondo gli ottimisti. Nessuno dice che non c'è una sola centrale sul pianeta che sia stata finanziata con i soldi dei privati, e quando i privati non investono non c'è niente da guadagnarci.
C'è il Ministro Romani che spaccia per sicure le centrali di ultima generazione.
Cazzata! Non c'è generazione che tenga e, soprattutto, non c'è una sola compagnia assicurativa che conceda la copertura ad un impianto nucleare, e se non si fidano gli assicuratori perche dovremmo fidarci noi?
Sempre il Ministro Romani dice che siamo circondati dalle centrali nucleari degli stranieri, quindi un problema sicurezza esiste già.
Cazzata! Prima tirano fuori i dati sulla mortalità legata all'atomo e poi non li leggono. Il 99% dei decessi avviente nel raggio di quindici chilometri dall'impianto.
Il 12 e 13 giugno barra quattro si per mandare a casa questa marmaglia di nani, buffoni, delinquenti, pregiudicati, corrotti, collusi, mezze seghe, fenomeni da circo, ex imprenditori, ex socialisti, ex dc, ex massoni, ex esseri umani e, con un po' di buona volontà da parte nostra, ex politici. A CASA!!!

lunedì 6 giugno 2011

Ci sono cose che il denaro non può comprare

26 maggio 2011. Gli otto grandi del pianeta stanno per dar vita alla conferenza. Berlusconi ribolle, non trova pace. La stampa estera non da alcun seguito delle sue dichiarazioni, si ostina ad ascoltare l'Italia bolscevica.
“Ho allattato intere generazioni di italiani con i miei valori“ pensa “li ho tirati su proprio bene. Questi stranieri invece...”
Poi, il colpo di genio “se qui all'estero non posso lavorarmi milioni di berluschini con le mie reti, i miei jingles ed i miei slogan, posso sempre indottrinare un abbronzato di merda, o non mi chiamo Silvio, cribbio!” e si avvicina ad Obama con il suo incedere ad ampie falcate tenendo lo sguardo direzionato sul nulla. Quando cammina così Berlusconi si sente invisibile anche perchè, diversamente, non si spiega come possa aver retto gli sguardi allibiti degli uomini più potenti del mondo. Più potenti di lui. Più influenti di lui. Tutti, donne comprese. Eppure Berlusconi è di gran lunga il più ricco fra i convenuti. E' la dimostrazione che ci sono cose che il denaro non può comprare.
Il surreale conciliabolo dura pochi secondi, poi Obama si alza e chiama l'interprete. Le immagini successive sono impietose. Lì, davanti all'uomo più potente del mondo, Berlusconi si è suicidato socialmente.
Che credibilità può avere un uomo così, sgualcito nell'anima, roso dal non aver accettatto il suo naturale invecchiamento. Se non si accetta lui? Perchè dovrei accettarlo io? Le pieghe innaturali del lifting rendono il suo volto una maschera grottesca, inespressiva, sporca di livore e del trucco raffazzonato di una vecchia bagascia. La costosa lanugine posticcia è peggio di un parrucchino da venti euro, perchè nessuno si degna di dirglielo? Di chi si circonda? Di ciechi? Di gente che nemmeno lo guarda? E poi, quel ripetere sempre le stesse parole, come in un delirio. Lo sguardo perso, istupidito dall'arteriosclerosi.
Il 12 e 13 giugno barra quattro si, mandiamo a casa la cariatide.

domenica 5 giugno 2011

Berlusconi grande imprenditore

Un grande uomo di impresa, volitivo e visionario, il taicun italiano, questo è Berlusconi. Non mi pesa dirlo, non quanto pesa ad un berluschino ammettere che è il peggior premier dal dopoguerra ad oggi. E' una questione di onestà intellettuale, moneta rara e svalutata al giorno d'oggi.
Quella di Berlusconi e delle sue tv è una storia che non ha eguali: per anni è stato l'unico privato a detenere canali commerciali a diffusione nazionale, decretandone il successo e l'imponente impatto mediatico. Ma come è possibile che nessun altro imprenditore abbia voluto partecipare al cospicuo banchetto della pubblicità televisiva nazionale?
Berlusconi rileva Telemilano nel 1978, quando la legge italiana impediva a soggetti privati di trasmettere a livello nazionale in quanto lesivo dell'articolo 21 della Costituzione.
Nel 1980 Telemilano diventa Canale 5 e Berlusconi fa il bandito, aggira i divieti trasmettendo a livello nazionale in differita di un giorno, nessuno interviene. La pubblicità a livello nazionale gli porta introiti inimmaginabili con la diffusione locale. Altre reti locali cercano di imitarlo ma vengono immediatamente bloccate, in Italia i reati sono privilegi per potenti.
Nel 1982 rileva Italia 1 e Rete 4.
Nel 1984 la legge italiana cambia improvvisamente e consente ai soggetti privati la trasmissione a livello nazionale a patto che possiedano le frequenze, l'unico a beneficiarne è il Cavaliere. Si apre un vuoto legislativo che permetterà a Berlusconi di fare letteralmente quel che gli pare. E' in quel periodo che Murdoch arriva in Italia e rimane totalmente allibito. La fragorosa risata che il mondo ci tributa spinge il governo a coprire le pudenda.
Nel 1990 arriva la foglia di fico, la legge Mammì autorizza ogni privato a detenere un numero di canali non superiore alle reti di stato, guarda caso tre. In più, riserva alle trasmissioni a livello nazionale un numero di frequenze sufficiente alla diffusione di sei canali inclusi quelli Rai, cioè toglie ogni problema di concorrenza ai tre canali Fininvest. Anni dopo diventeranno sette per dare una parvenza di pluralità. Come se non bastasse determina un tetto massimo per gli introiti pubblicitari della tv di stato in virtù del tanto vituperato abbonamento Rai, giusto per annientare anche la concorrenza statale. Praticamente, il pacchetto Mamì lega le mani ad una intera nazione e la costringe a guardare un solo uomo che si arricchisce e scolpisce nell'anima della gente una verità parallela costruita nei suoi studi televisivi.
Si è liberi di opinare allo sfinimento ma i fatti sono questi.
Berlusconi ha comprato tre reti a livello locale pagandole quattro soldi, ha corrotto dei politici per ottenere delle leggi che legalizzassero la trasmissione a livello nazionale e, allo stesso tempo, impedissero ad altri di fare lo stesso, fulgidi esempi di legge “ad personam” ricollegabili al processo All Iberian, 23 miliardi di lire versati a Bettino Craxi, reato estinto per prescrizione.
Somiglia molto all'iter dell'urbanizzazione, sua rampa di lancio nel mondo degli affari. Nel caso di Milano 2 Berlusconi compra per due lire terreni non edificabili in zone paludose, fuori dalle vie di comunicazione, in più area di sicurezza aeroportuale ad alta rumorosità, dal governo ottiene niente meno che lo spostamento delle rotte aeree internazionali, come risulta dagli atti, corrompe le autorità locali preposte per ottenere i permessi e ingrassa i suoi conti all'estero alle spalle degli italiani.
Perchè nessun altro imprenditore ha voluto partecipare al cospicuo banchetto della pubblicità televisiva? Semplice, nessuno ha potuto farlo! Per di più a norma di legge!
Tutt'ora Berlusconi trasmette Rete 4 su frequenze non sue e per questo noi italiani paghiamo una grossa multa all'Europa, ma chi volete faccia giustizia? Il governo? Berlusconi? E' o non è un incontestabile conflitto di interessi?
Ci sono molte strade per raggiungere il successo, Berlusconi ha scelto le peggiori. Ha fatto scelte delle quali andare fieri proprio non si può, scelte che in Italia aprono le porte del successo, in altri paesi quelle della galera.
Per farsi un'idea precisa sul valore imprenditoriale del nostro premier basta dare un'occhiata alle sorti di Telecinco, La Cinq e Telefunf, quella è la vera misura del Berlusconi imprenditore, una schiappa!
Il 12 e 13 giugno barra quattro si per dimostrare che è ancora possibile fare dell'interesse comune un interesse proprio.

sabato 4 giugno 2011

La banda del buco

Agli articoli 65 e 66 la Costituzione italiana obbliga il Parlamento a valutare l’eleggibilità dei suoi membri in base alla legge ordinaria.
La legge ordinaria, e precisamente l’articolo 10 del DPR 361/1957 recita: «Non sono eleggibili [...] coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l'obbligo di adempimenti specifici, l'osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o la autorizzazione è sottoposta».
Quanto appena letto è il meccanismo legislativo e costituzionale che avrebbe dovuto proteggere gli italiani dalle concentrazioni di potere e dal conflitto di interessi.
La legge sul conflitto di interessi c'è, è “bucata” ma c'è. Ci dicono bugie!
Il buco, è doloroso dirlo, è da attribuire ai padri costituenti. Non dico che abbiano agito da sprovveduti ma la scarsa lungimiranza è evidente. Come si può obbligare il Parlamento a valutare l'eleggibilità dei suoi membri solo dopo l'insediamento, a consenso popolare conseguito e maggioranza acquisita? All'epoca di De Gasperi non c'era un partito senza segreteria, è vero, non c'era una forza politica talmente concentrata sul suo leader da identificarsi nel suo volto, nel suo nome e cognome, una forza politica “ad personam” senza bisogno di primarie e congressi. Ed in effetti un partito così è una rarità, non ce n'è un altro sul pianeta, è un'anomalia. Ma una Costituzione che si rispetti deve essere a prova di anomalia, in nessun'altra nazione europea un Berlusconi avrebbe potuto candidarsi.
Il confronto politico su questi temi ha ormai assunto contorni ai limiti del grottesco.
“Berlusconi è delegittimato dal suo conflitto di interessi. C'è bisogno di una legge.”
“E perchè non l'avete fatta voi della sinistra?”
E tutto finisce lì, come se il solo fatto che gli avversari politici non abbiano approvato una legge sul conflitto d'interessi faccia decadere l'illegittimità dell'azione di governo di Berlusconi, un'illegittimità di fatto oltre che di diritto.
Fare una legge sul conflitto d'interesse oggi non è difficile, è impossibile. Sappiamo tutti cosa sono le leggi “ad personam”, siamo ormai degli esperti: legge sulle rogatorie internazionali, depenalizzazione del falso in bilancio, legge Cirami, lodo Schifani, decreto-salva Rete 4, legge Gasparri, condono edilizio nelle aree protette, legge ex Cirielli, legge Pecorella, lodo Alfano, tutte leggi fatte su misura per Berlusconi, manifestazioni tangibili ed incontestabili del conflitto d'interessi.
Una legge non deve riferirsi a fatti ma a fattispecie, non deve riferirsi a persone ma alla collettività, se no non è una legge ma uno sgorbio, un mezzuccio indegno del diritto, una legge "ad personam" appunto. E una legge sul conflitto d'interessi mirata a correggere l'anomalia Berlusconi sarebbe una legge ad personam, stavolta a sfavore, ma pur sempre ad personam, quindi inammissibile.
C'era un buco legislativo e la “banda del buco” non ha esitato ad infilarcisi. Nessun politico, nessuna istituzione può farci nulla. Solo noi cittadini possiamo intervenire togliendo il consenso popolare a questi impostori. Solo noi possiamo mettere fine a questa raccapricciante pantomima. Comincia subito. Il 12 e 13 giugno barra quattro si per dimostrare che è ancora possibile fare dell'interesse comune un interesse proprio, senza conflitti.

venerdì 3 giugno 2011

Serve un'alternativa di governo credibile?

Serve un'alternativa di governo credibile, lo dicono tutti, destra e sinistra, industriali e sindacati, guardie e ladri, cip e ciop, tutti d'accordo. E' una dichiarazione bipartisan come si usa dire oggi, impropriamente. Bipartisan è un termine anglosassone che si riferisce ad un sistema bipolare perfetto come quello inglese, in Italia dovremmo dire tripartisan o multipartisan. Ma perchè dobbiamo per forza usare termini stranieri, e per di più a cazzo? E, soprattutto, perchè la frase “serve un'alternativa di governo credibile” è una dichiarazione condivisibile da tutti e contestabile da nessuno tanto da essere usata con la frequenza di un intercalare? Mi chiedo, suona male solo a me? Sono l'unico italiano che la trova una stupidaggine? E' possibile che giornalisti, intellettuali, politici e tutte le grandi menti che muovono le leve dell'opinione pubblica non si avvedano della grossolana infondatezza di questa frase?
Un'alternativa di governo presuppone che, attualmente, ci sia un governo. Non una lista di nomi e incarichi, quella ci sarebbe. Parlo di azione di governo. Questo paese deambula senza controllo ormai da anni. E' un vagone che scivola via per abbrivio, per inerzia, grazie a una spinta ormai lontana nello spazio e nel tempo. Non è pessimismo, qualunquismo, disfattismo, e soprattutto non è un'opinione. Basta guardare i dati ufficiali, ascoltare le parole di Draghi e della Mercegaglia, guardarsi attorno.
Un'alternativa di governo credibile? Credibile rispetto a chi? Rispetto a cosa? Si da per scontato che l'attuale governo lo sia. Io in questo governo non ci credo, non ci ho mai creduto e non ci voglio credere. Trovo incredibile che sia stato eletto ed ancora più incredibile che sia ancora in piedi dopo tutto quello che è successo. Ma c'è chi ci crede ciecamente, come nella Madonna, e forse è proprio questo malinteso di fondo, la credibilità intesa come credo, nell'accezione dogmatica del termine, come insieme di principi ideologici e convinzioni pseudoreligiose. Ma, in questo caso, più che di credibilità bisognerebbe parlare di fede, nel senso più bigotto e deteriore.
Basta con le chiacchiere, gli slogan, la fuffa. La verità è che, rispetto a questo governo, qualsiasi alternativa è perfetta. Non è una questione di incompetenza o indolenza, qui c'è un immobilismo doloso perpetrato senza scrupoli e pudori. A casa! Anche dei bambini delle elementari farebbero meglio di questa manica di mangiapane a tradimento.
Se qualcuno viene colto da infarto al cinema serve un cardiologo specializzato? No! "Serve un medico! Presto!"
E a noi italiani serve un'alternativa di governo credibile? No! "Serve un governo! Presto!"
Il 12 e 13 giugno barra quattro si per dimostrare che è ancora possibile fare dell'interesse comune un interesse proprio.

giovedì 2 giugno 2011

Me ne fotto reloaded!

Di quelli che credono nella pena di morte me ne fotto, assassini.
Di quelli che parlano per paura del silenzio me ne fotto, se hai qualcosa da dire dilla oppure taci.
Di quelli che ogni buco lo devono riempire me ne fotto, attento, un buco ce l'hai pure tu.
Di quelli che restano a galla reggendosi sulle teste della gente me ne fotto, parassita, impara a nuotare.
Di quelli che dicono “non dovevi” quando ricevono un regalo me ne fotto, ringrazia, ostenta indifferenza, fai quel che ti pare ma non sindacare sui doveri altrui, almeno quando ricevi un regalo.
Di quelli che vedono mezzo pieno un bicchiere che non c'è me ne fotto, non è ottimismo, è esaltazione patologica.
Di quelli che invece di lavorare organizzano, vigilano, ottimizzano, gestiscono il lavoro degli altri me ne fotto, caporale di merda, tu il lavoro non sai nemmeno cos'è.
Di quelli che sono come sono per colpa dei genitori, dei fratelli, della comitiva, del collega, del contesto sociale, di quell'esperienza del cazzo, della sfiga che li bersaglia me ne fotto, se sei uno stronzo è solo colpa tua.
Ripeti con me "Me ne fotto!", urla "ME NE FOTTO!", batti il pugno sulla scrivania "ME NE FOTTO!".
Di tutta la gente che ha reso questa nazione un buco di culo "ME NE FOTTO!"
Di questa classe dirigente prepotente e miope che vuole una fetta sempre più grande di una torta sempre più piccola "ME NE FOTTO!"
Di tutti quelli che vivono il privilegio come diritto e il sopruso come dovere "ME NE FOTTO!"
Di coloro che pretendono di ridurre la libertà ad un marchio registrato e la protezione civile ad una società per azioni "ME NE FOTTO!"
Di privatizzare acqua, aria e giustizia "ME NE FOTTO!"
E adesso vai a votare! Quattro SI! Qualcosa in contrario? "ME NE FOTTO!"

mercoledì 1 giugno 2011

Berlusconi non è morto, ne ho le prove!

Berlusconi non è politicamente morto. Fare politica significa amministrare la cosa pubblica, lui ha sempre amministrato i cazzi suoi, quindi in politica non c'è mai nemmeno entrato.
Berlusconi non è istituzionalmente morto. Sotto un livello minimo di decenza la carica di premier è solo una nomenclatura priva di qualsiasi credibilità.
Berlusconi non è obsoleto. L'obsolescenza è la progressiva perdita di efficienza e di funzionalità, facoltà che Berlusconi non possedeva nemmeno da giovane.
Berlusconi non è morto, è semplicemente scaduto, come un pacco di merendine dimenticato in fondo ad uno scaffale, come moneta fuori corso, come quel mio amico che ha sviluppato pellicole per decenni e si ritrova senza lavoro e senza mestiere, come una pubblicità d'impatto che ha segnato un'epoca, ma arriva il giorno in cui non fa più presa e... ciao, come quelle serie televisive da mezza sera, Happy days, Miami Vice, Friends, le vedi e ti piacciono, magari le rivedi, ma arriva il giorno in cui cambi canale, è più forte di te, e puff... non esistono più.
Berlusconi è così, come la tv, si può spegnere, perchè è forma non sostanza, è un sottoprodotto del terziario avanzato, aria fritta. Il simbolo del partito del fare, cosa? I propri interessi in spregio ad ogni regola del diritto e del buon gusto, vomitando anatemi, offese e insulti... a proposito di insulti personali:
meglio “coglione” che berluschino;
meglio “senza cervello” che rincoglionito;
meglio “puzzolente” che pervertito.
Non ho definizioni, e mi guardo bene dal trovarle, per tutti coloro che lo hanno suffragato per anni e che ora tornano sotto le pietre dalle quali erano sbucati o, peggio, girano vigliaccamente le spalle all'alleato di ieri.
Il 12 e 13 giugno barra quattro si per dimostrare che è ancora possibile fare dell'interesse comune un interesse proprio.

venerdì 20 maggio 2011

Bisogna saper perdere

Mourinho mi incuriosisce. E' un uomo particolare, molto sapido, come un dado di brodo concentrato. Non credo nella reincarnazione ma, nel suo caso, sembra che intere generazioni di defunte teste di cazzo abbiano pazientemente aspettato una faccia di bronzo sufficientemente rappresentativa e se ne siano impossessate, tutte insieme.
Ha vinto molto. Esteticamente non convince ma chi vince se lo merita, sempre, anche se si chiama come una caramella gommosa. Ed è proprio questo il suo problema, non sa perdere.
La differenza fra Mourinho e un grande allenatore? Il contegno.
E' un piacere vederlo perdere. Si vede benissimo che gli brucia. Si appiglia a tutte le cazzate che gli passano per la mente, proprio come una femminuccia capricciosa, come quelle bambine che preferisci far vincere pur di non doverne sopportare le puerili intemperanze.
E poi, chi non sa perdere non sa nemmeno vincere. E' troppo impegnato a rivendicare la vittoria per godersela a pieno, anzi, la rifugge, come si è visto.
Il valore tecnico di Mourinho non si discute, sono il primo a riconoscerlo, ma questo non mi impedisce di vedere quello che è: un poveraccio condannato all'infelicità quando vince e ad affogare nelle sue sterili recriminazioni quando perde.
La differenza fra Mourinho e una mezza sega? L'altra metà.

mercoledì 18 maggio 2011

Tic-tac, tic-tac

BikeRide.itLa bicicletta scivolava nell'oscurità fendendo il silenzio con il ronzio appena percettibile della ruota libera. Abbandonai il manubrio, raddrizzai la schiena ed aprii le braccia offrendomi all'aria fresca. Chiusi gli occhi. Mi pervase un senso di libertà. La bici continuava a scorrere sulla superficie regolare della strada, senza controllo. Un pensiero travestito da voce si insinuò in quell'idillio "Ti puzza di campare? Apri gli occhi e pensa a pedalare, mentecatto!" Scoprii che il mio amor proprio non ha sensibilità poetica ma modi spicci. Mi incurvai sulla bici e sorrisi. Tornai a svolgere quella che, ormai da giorni, era diventata la mia attività prevalente, spingere sui pedali. Tic-tac, tic-tac, un movimento sempre uguale su un nastro grigio, sempre uguale pure lui. Ma che c'è di bello, di stimolante? Che c'è di tanto attraente? Un po' di bitume che separa due posti vicini, questo è la strada. Un diritto di precedenza strappato alla natura. La voce ritornò "Che diavolo ci fai qui?" ed aveva il sapore amaro delle insinuazioni fondate "Hai lavorato un anno intero per farti venire le vesciche al culo su questa strada dimenticata da Dio?" cominciai a vedere la mia vacanza sotto un'altra luce "Il resto del mondo vive, si diverte, socializza, si accoppia, e tu?" Improvvisamente pedalare mi sembrava un'attività vuota, fine a se stessa, disperata, un passatempo per sfigati. Non ero più sicuro che quello fosse il miglior modo per spendere le mie sudate ferie. Quella voce beffarda aveva ragione "Che ci faccio qui, in mezzo all'Europa, a fare tic-tac sui pedali?" Tanto valeva pianificare una full-immersion di uncinetto, tombolo e punto croce con le bigotte dell'Azione Cattolica. La strada moriva in una grande area di sosta isolata: automobili e biciclette parcheggiate ordinatamente in mezzo al nulla. "Cos'è, uno scherzo?" Mi guardai intorno cercando una spiegazione, poi scorsi in lontananza quello che sembrava un ingresso per la metropolitana. C'era un uomo in divisa dentro un gabbiotto trasparente. "Buonasera. Un biglietto per Anversa, grazie" Era vittima di una calvizie incipiente e della mania di nasconderla con un riporto che sfidava ogni legge della fisica e del buongusto. "E' gratis, benvenuto ad Anversa" La discesa era assicurata da una ingegnosa scala mobile per ciclisti: un settore della scala aveva degli incavi per le ruote della bici. Dopo ben quattro rampe mi trovai davanti un tunnel pedonale, un enorme tubo lungo qualche centinaio di metri che passava sotto il fiume Schelda. La pavimentazione era divisa in due corsie: pedoni e biciclette. L'ululato degli pneumatici ed il rapido alternarsi delle lampade per l'illuminazione amplificavano la sensazione di velocità, dovetti resistere alla tentazione di fare un altro giro. Sbucai in pieno centro. Anversa era bellissima. Molta bella gente dall'aria divertita immersa in un'atmosfera senza tempo. Tanti bei posti in cui trascorrere la serata ballando, ascoltando la musica o mangiando qualcosa di buono, tutti perfettamente integrati in un'architettura imponente, splendida ed originale. Mi fermai davanti ad un ristorante attirato dall'accento brindisino di due camerieri intenti ad apparecchiare i tavoli all'esterno. "Uè, Puglia" "Uè, cumpà. Vitiluuuu... cu la bicicletta! Mena camina ca lu padrone a li paesani li tratta buenu" La "Trattoria da Toni" era un locale volutamente pittoresco ma, allo stesso tempo, molto curato. Il menù e la carta dei vini erano degni di un ristorante di alto livello ed anche i prezzi erano tutt'altro che popolari. Il bancone ed il forno per le pizze erano allestiti in un'apertura che dava all'esterno ed il pizzaiolo, Toni, era un grande intrattenitore, maneggiava l'impasto con l'abilità di un giocoliere e non la smetteva di cantare e recitare in vernacolo. Mi fecero accomodare ad un tavolo in bella mostra con la bici al mio fianco e lì mi lasciai coinvolgere dai siparietti del pizzaiolo rubato al cabaret. Fra un proverbio, uno scambio di battute ed una canzone popolare mi portarono una gigantesca pizza a forma di bicicletta variamente condita, una bistecca ai ferri alta tre dita e due boccali di birra. Poi si avvicinò il Maitre, elegantissimo nel suo smoking anni '20, ma lo sarebbe stato anche in canottiera, era uno di quegli uomini che hanno il dono dell'eleganza indipendentemente dall'abito e dalla situazione. "Cosa gradisce come antipasto? Abbiamo..." Lo interruppi incredulo "No grazie. Ho mangiato fin troppo, tutto buonissimo. Mi porterebbe il conto?" "Lei è nostro ospite" "Grazie per l'ospitalità, non so come ringraziare?" "Grazie a lei. E scusi se l'abbiamo coinvolta nel nostro piccolo show. Gli stranieri vanno pazzi per queste cose" "E' stato un piacere. Toni è bravissimo... un vero animatore" "Non è mai riuscito a scegliere fra spettacolo e ristorazione... Gradisce un amaro?" "Rum" Bevvi sorseggiando con calma, guardandomi intorno. C'era gente di tutte le provenienze e di tutte le età, uno spaccato del turista medio. Erano lì per divertirsi, per stare in compagnia. Bel posto, buon cibo, serata tranquilla, pizzaiolo da avanspettacolo, camerieri folkloristici ma ossequiosi e competenti ed io. Si, facevo parte della loro serata. Rispondevano tutti al mio sguardo. Fui costretto a ricambiare bicchieri sollevati, saluti e cenni di approvazione ed il motivo era uno solo, ero un cicloturista, uno che piglia la bici la trasforma in un camper e parte. La mia era lì, affianco al tavolo, fumante di chilometri, carica come un mulo ed aggressiva come un enduro. Il mio aspetto sano ma vissuto, l'abbigliamento inadeguato ma distintivo con gli sponsor italiani "pasta e pomodoro", i guantini che non indossavo in quel momento ma che l'abbronzatura mi aveva tatuato sulle mani facevano di me "un personaggio". Per molti ero l'incarnazione di un sogno irrealizzabile: mollare tutto e partire. Per tutti sarei stato il ciclista "italiano" di quella serata al ristorante "italiano". Nei loro sguardi non c'era traccia dei dubbi che mi avevano assalito poche ore prima, anzi, in molti si leggeva chiaramente una forma di sana invidia. Qualcuno probabilmente me lo ha anche detto, in fiammingo o in qualche altra lingua, che avrebbe dato qualsiasi cosa per poter prendere il mio posto. Mi sono limitato ad annuire, a constatare quanto mi sentissi fortunato. Saltai sulla bici e feci per partire "Le posso offrire una soluzione per la notte" mi disse il Maitre "No, grazie" "Insisto, sarebbe nostro ospite" scossi la testa, disarmato "No. Siete le persone più ospitali che abbia mai incontrato, serberò un magnifico ricordo di questa serata, ma proprio non posso accettare" Il Maitre scambiò uno sguardo con il proprietario e continuò "Non c'è nient'altro che possiamo fare per lei?" Mi avvicinai a Toni per ringraziarlo "Non ti piace qui? Perché non rimani? Siamo paesani" In effetti nei nostri spettacolari colloqui ad alta voce avevamo scoperto di avere gli stessi natali, a Mesagne in provincia di Brindisi. "Toni, questo è uno dei più bei posti che abbia mai visto..." "...ho capito, ti fermi solo quando arrivi a casa tua" "Esatto, quando il viaggio finisce" "Vattene... che mi fai venir voglia di scordarmi chi sono e partire... e scrivi!!!" Inforcai la bici e ripresi il viaggio con un sorriso incontenibile sulla faccia, per quello che mi lasciavo alle spalle e per quello a cui andavo in contro. Un po' di bitume che separa due posti vicini ma ne unisce due lontani, questo è la strada. Un diritto di precedenza strappato alla natura se ci passi con la prepotenza dei mezzi a motore, un posto d'osservazione privilegiato se sei in bici.

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martedì 17 maggio 2011

Lungo il fiume

BikeRide.itPer un pugliese della Murgia il fiume rappresenta un mito. Le parole pesca sportiva, rafting e trota salmonata suonano esotiche come avocado, igloo e boomerang. Richiamano posti lontani chilometri, culture distanti anni luce. Da noi i fiumi si chiamano gravine e sono solchi carsici a regime torrentizio che si ricordano di essere corsi d'acqua una volta ogni vent'anni, e puntualmente ci scappa il morto. Poi abbiamo il mare a pochi chilometri, abbastanza lontano da non poterci definire gente di mare ma abbastanza vicino da conoscerlo e viverlo. Uscivo dall'ufficio postale di Rosny sur Seine quando feci caso allo strano odore che appesantiva l'aria. Un odore che non avevo mai sentito prima, un olezzo fra muffa da infiltrazione e scarico di lavello appena sgorgato. Lungi da me il pensiero che provenisse dalla Senna, il fiume più idolatrato d'Europa teatro di pagine epiche della storia, della politica e del diritto moderno. Rimontai in bici con i polmoni a mezzo servizio. L'idea di riempire una scatola con il bagaglio in eccesso mi era venuta il giorno prima quando avevo deciso di sbarazzarmi di un po' di roba. Un materassino ad alta densità, il treppiedi per il fornello a propano, una grossa torcia elettrica, un coltellino multifunzione in acciaio inox, un moschettone, un portachiavi, una matassa di fil di ferro, un tronchesino, un apriscatole ed un paio di scarpe. Era tutta roba nuova, sarebbe stato un peccato buttarla via, così decisi di farne dono a qualcuno. Trovai una bella chiesetta che si affacciava direttamente sulla strada. Entrai. Nonostante le ridotte dimensioni le volte erano altissime e riccamente decorate. Provai a richiamare l'attenzione di qualcuno ma mi rispose un silenzio di tenebra. Uscii a passo svelto. Stavo assicurando la scatola al portapacchi quando una voce indefinibile ringhiò alle mie spalle. La persona più brutta che avessi mai visto, tuttora detentrice del record con un vantaggio imbarazzante sul piazzato, mi si parò davanti. Nel disperato tentativo di dissimulare il disgusto ebbi una contrazione facciale talmente fuori controllo da mandarmi qualcosa di traverso. Sarà stata la lingua o, forse, il velopendulo, fatto sta che la mia gola era ermeticamente occlusa. Avevo smesso di respirare da almeno venti secondi quando stramazzai al suolo. Immagini recondite si manifestarono davanti ai miei occhi sbarrati. Mi apparvero nell'ordine: la Madonna del Querceto che cantava "Like a virgin", Moana Pozzi con l'aria insoddisfatta che, al grido di "riprenditi!", mi sbatteva uno zabaione da tredici uova, e Filippo, un mio compagno di bici affetto da aerofagia cronica, l'unico ciclista al mondo che a stargli in scia si prende più vento. All'improvviso il mostro rientrò nel mio campo visivo. Indossava un mantello grigio ed un gonnone nero. Al netto dello strabismo divergente e delle opalescenze oculari ebbi la netta sensazione che mi stesse guardando il pacco, inteso come zona inguinale. Il cavo orale in atteggiamento famelico lasciava intravedere i denti marci, e per marci non intendo cariati. I denti c'erano tutti ed erano equini, ma ospitavano delle incrostazioni di color marrone con sfumature tendenti al verde. Probabilmente si trattava di formazioni organiche parassite, muschi e licheni che avevano trovato un habitat ideale per proliferare. C'era materiale per tre puntate in prima serata, "Un intero ecosistema nelle fauci del mostro" su Discovery Channel. L'orrore di quella visione e l'imminenza della sincope innescarono un nuovo spasmo che mi liberò la gola. Tornai a vivere. Non ho un ricordo lucido dei momenti immediatamente successivi. Mi fermai solo dopo aver messo la distanza di sicurezza minima fra me e la nipote del gobbo di Notredame, una decina di chilometri. Tirai il fiato e cercai un modo per liberarmi della zavorra una volta per tutte. Ero davanti ad un ufficio postale, la roba era già impacchettata, decisi di spedirla a casa mia e, visto che c'ero, mi scrissi anche quattro righe. Quella di autospedirmi lettere durante i viaggi è poi diventata un'abitudine, è come tenere un diario, anzi meglio, è come ritrovare un diario smarrito in viaggio. L'odore stantio continuava a togliermi il fiato. Tendeva a diminuire quando la strada si allontanava dalla Senna, ma continuavo a non collegare la puzza col fiume. Era l'ora di pranzo quando decisi di prendere posto in un restaurant. Il cameriere aveva modi sbrigativi ma porgeva le pietanze con una coreografia sontuosa al limite del grottesco. Avevo preso del pesce. Per un pugliese il pesce arriva dal mare, i pesci d'acqua dolce vivono nelle bocce o negli acquari e una volta defunti si buttano nel cesso. Il pesce di mare, indipendentemente dalla specie, basta buttarlo sulla brace, si rigira e si mangia. Lo si può cucinare in vari modi, condire a piacimento ma, di base, porta in sé il sapore e l'odore del mare. Quel giorno scoprii che il pesce di fiume è commestibile, almeno per qualcuno. Viene cucinato in maniera elaborata per nascondere l'odoraccio di fiume. Il mio, in particolare, aveva un odore collocabile fra l'acqua dei piatti e il porta biancheria sporca. Certo, la maestria di uno chef può far miracoli, ma perché non cimentarsi con del sughero o del cuoio, tanto il risultato sarebbe lo stesso. Nel frattempo mi feci portare una bistecca di vitello, fortunatamente non di fiume.

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venerdì 13 maggio 2011

Il verde e il blu

BikeRide.itLa sala degli arrivi era invasa da una luce benevola. Mi inginocchiai. Il controluce trasformò in ombre nere i bambini che giocavano nel pulviscolo. Non era la prima volta che rimontavo la mia bici. La disposizione dei componenti sul pavimento, la sequenza dei movimenti, il marsupio porta attrezzi col taschino per la minuteria, tutto era previsto e rituale. Sembravo un veterano di guerra che rimonta il suo AK-47, mancavano solo la benda sugli occhi ed il contegno marziale. Le prime pedalate in salita confermarono i miei timori: troppo carico. Meglio una bicicletta leggera o ritrovarsi senza mutande di ricambio? E' un dubbio amletico, ma quando è troppo, è troppo. Non riuscivo ad alzarmi sui pedali senza barcollare pericolosamente. L'inventario mentale per individuare qualcosa di cui sbarazzarmi partì in automatico. Ero fra l'accendino e la chiave da tredici quando percepii un senso di ostilità da parte degli automobilisti. Mi osservavano, tutti. Sembravano facce disegnate sui finestrini. Dovevo avere qualcosa fuori posto. Forse il pantalone elastico aveva ceduto lasciando scoperte le italiche chiappe. Con qualche incertezza mollai il manubrio reso instabile dal sovraccarico e controllai con mossa pudica. Niente, tutto a posto. Ricambiai la processione di sguardi per capirne la natura. Andavano dall'ostile al commiserante, dall'incredulo all'angosciato. Archiviai quelle espressioni fra i messaggi indecifrabili e provai a far finta di niente, un po' come fece Geppetto con la vocina proveniente dal suo ciocco di legno. Percorrevo una strada a quattro corsie per senso di marcia che si biforcava in due grosse arterie, più da Big Apple che da Ville Lumière. Le indicazioni recitavano: a destra Paris Saint-Denis su cartello verde, a sinistra Paris Bondy su cartello blu. Non potevo certo proseguire per l'autostrada e decisi di attraversare le prime due corsie in direzione Paris Bondy, una cosa da matti. Le auto sfrecciavano ai centotrenta ed io cercavo di evitarle barcollando fra una corsia e l'altra con il collo lungo ed il fiato corto. Ricordo, in particolare, la faccia di un cinese che mi malediceva in madre lingua con le movenze concitate di Bruce Lee. Non erano passati venti minuti dall'atterraggio del Roma Ciampino - Paris Charles De Gaulle, il mio primo volo, il mio primo espatrio, il mio primo grande viaggio, il primo chilometro e già avevo rischiato di tirare le cuoia. Adoro i buoni auspici. Al terzo svincolo con il solito cartello a sfondo verde ero scoraggiato. Sembrava che da quella maledetta tangenziale uscissero solo autostrade. Mentre mi determinavo a paracadutarmi da un cavalcavia mi resi conto di essere seguito da una Renault della Gendarmerie. Mi fecero segno di uscire allo svincolo successivo, ubbidii. La pattuglia era composta da un ragazzino allampanato e da una paffuta signora di mezza età che sembrava sua zia, sia nelle fattezze che negli atteggiamenti. Dopo una breve quanto sterile colluttazione verbale provai a spiegare per quale motivo mi trovavo su quella che loro chiamavano autoroute. "Je vien par avion... aeroport Charles De Gaulle... en Italie les panneaux pour l'autoroute sont vert... pas bleu... compris?" Riuscii a farmi capire più per la gestualità italiana che per il vocabolario francese. Mi diffidarono dal percorrere autostrade, che in Francia hanno segnaletica blu, e sparirono prima che provassi a chiedere loro indicazioni per il centro. Mi ritrovai perso in una zona industriale, un dedalo periferico che la pausa domenicale rendeva, se possibile, più desolato. Ma l'avevo vista, solo per un attimo, percorrendo lo svincolo, bastava proseguire in direzione Sud-Est e sarei arrivato al primo traguardo, la Tour Eiffel. Incontrai i primi esseri viventi dopo sei chilometri di cemento: due cespugli avventizi ed un ragazzo magrebino alla fermata del bus. "Pour la Tour Eiffel?" Quello sembrò risvegliarsi da una anestesia totale. "Ou?" Il fatto che non avesse battuto i pugni sul petto per accompagnare quel suono mi meravigliò non poco. "Le centre de Paris... l'Ile de la Citè... la Tour Eiffel?" A quel punto il magrebino capì che non ero un borseggiatore, che non ero un mentecatto e, soprattutto, che non ero francese e decise di concedermi un plurisillabo. "Tout droit" Confidando nel mio misero francese scolastico svoltai a destra, ma la strada era chiusa e decisi di tornare dal ragazzo di poche parole a chiedere conto delle sue indicazioni. Mi catechizzò senza smentire la sua propensione alla sintesi. "Tout droit" e fece un cenno in avanti. "A droite" e fece un cenno a destra. Dritto e destra si dicono nella stessa maniera? Ma che lingua è? E' come se noi italiani dicessimo "dritto" e "a dritta" pretendendo di essere compresi dagli stranieri. La Tour Eiffel è talmente enorme che sembra di arrivarci svoltato l'angolo, e invece non arriva mai. Poi, quando ormai ti senti grande come un batterio dello yogurt, c'è un ponte sulla Senna e poi la torre. Ci sono dei posti nel mondo che ti fanno sentire protagonista anche se sei in mezzo alla folla. Posti magici, senza tempo. Arrivare alla torre in bici e' un po' come tagliare un traguardo, uno di quei traguardi che ti fanno respirare a fondo, e ti fanno sentire vincente, anche se sei ultimo e la gente ti dà le spalle.

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sabato 7 maggio 2011

Col senno di poi

La tomba era una massiccia costruzione in marmo scuro, una sepoltura imponente ed austera grande come una piazzola da campeggio. Mal si addiceva ad un giovane cicloturista poco incline alle pomposità. Mi riconoscevo a stento in quella fotoceramica, mi faceva triste e smunto. Ero dispiaciuto più per come mi avrebbero ricordato che per il fatto che fossi morto. Il tumulo non è importante, lo so. Ma chi speri che venga a trovarti chiuso dentro un mausoleo? Avrei preferito qualcosa di meno sfarzoso, qualcosa di più originale, qualcosa di utile ed accogliente. Non so, una lapide LCD da 42 pollici sintonizzata su Sky Sport HD, un portagiornali con la Gazzetta sempre fresca, frigobar, due poltroncine ed una hostess in minigonna. Sai la calca?
Un ululato illividì l'aria, improvviso come un tuono diurno. Si alzò un vento fortissimo. L'ululato si fece più intenso smuovendomi le ossa. Comparve un lupo enorme, ingobbito dalla ferocia, immobile. Mi riferisco a quell'immobilità sospesa e sbilanciata che precede il furore, quella di un centometrista sui blocchi. Ero immobile anch'io, per quanto mi sforzassi di scappar via, come imbustato sottovuoto. Poi il lupo mi attaccò, fulmineo.
Fui svegliato dal mio stesso urlo. Albeggiava e la luce dava un aspetto diverso al prato che avevo scelto per trascorrere la notte. L'ululato rimbombava nelle orecchie. Mi misi a sedere con un colpo di reni. A tre metri c'erano delle croci in marmo bianco perfettamente allineate. La suggestione dell'incubo amplificò il terrore. Balzai in piedi senza uscire dal sacco a pelo. Saltellando mi avvicinai alla bassa recinzione che mi separava dalla strada. Poi l'ululato cessò improvvisamente lasciando il posto ad una voce. Un uomo in tenuta da giardinaggio blaterava qualcosa in inglese con aria costernata. Era lì vicino e brandiva uno di quei soffioni per spazzare il fogliame. Lo esortai a continuare il suo lavoro con un ampio gesto della mano. Una volta recuperata la bici ripresi la strada oppresso da un senso di irrealtà, una sensazione simile ai postumi di una scossa ad alto amperaggio. In quel punto il leggero declivio si trasformava in una pendenza notevole, aggredii la salita spingendo sui pedali l'eccesso di adrenalina. Dopo pochi chilometri cominciai a sentire le prime fitte ai quadricipiti, sembrava che un maniscalco mi stesse praticando l'agopuntura con chiodi e martello. Continuai a pestare sui pedali a denti stretti, quasi in apnea. Presto i chiodi diventarono scalpelli e ricaddi sulla sella in preda al debito di ossigeno. Il cuore rimbombava nelle tempie. Mi sentii debole, sconfitto, infastidito. Avevo sognato un campo santo per poi scoprire di esserne inconsapevole ospite: roba da matti. Intanto la strada scollinava e la discesa mi riconobbe il credito. Approfittai della tregua per accantonare le suggestioni e cercare di capire come, senza avvedermene, fossi capitato in un cimitero. La giornata precedente era stata terribile: il vento contrario e a raffiche, la pioggia battente, persino una foratura nei pressi di una fungaia i cui effluvi toglievano il fiato. Non c'era stato verso di trovare un riparo, pedalavo con i movimenti di un carillon a fine carica. Si era fatto scuro, gli occhi erano ridotti a fessure. Un tratto di strada in leggera discesa e dal fondo regolare mi cullò fino a farmi abbassare le palpebre. Sentii il piacevole bruciore che assale gli occhi stanchi una volta chiusi. Lo sbilanciamento della bici senza controllo mi risvegliò un attimo dopo. Un colpo di sonno in bici, finchè non ti capita non puoi credere sia possibile. Scavalcai la bassa recinzione di un giardino che ospitava grandi conifere. Era una notte priva di luna, buia come la cecità. Presi il sacco a pelo e lo distesi sul prato, sotto un grosso albero. Il manto erboso era molto curato e profumava di resina. Ero talmente distrutto da non riuscire a montare la tenda, e nemmeno a cambiarmi. Mi limitai a coricare la bici accanto a me, come fosse una donna, una donna priva di vita. Invece, di donne e di uomini privi di vita ce n'erano tanti. John Varley, Laura Lippman, James Montgomery, Sara Montgomery, Nicholas John Kestell, sono tornato a salutarli, non potevo scappar via così. Le loro storie, i loro ricordi, i sentimenti, i pregi e gli umani difetti erano percepibili, riecheggiavano. Un prato così vale ben più di qualsiasi tappeto persiano. Ho trovato conforto e riparo in quel cimitero, e mi piace credere che neanche ai miei ospiti estinti sia dispiaciuta la mia compagnia. Probabilmente, messi davanti al proprio tumulo, anche loro avrebbero desiderato qualche comfort in più per i visitatori.
Con immenso rispetto.

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giovedì 5 maggio 2011

Una striscia di Gaza lunga come da qui a Plutone

”Cos'è un ciglio di strada?”
“Il margine della strada.”
“E poi?”
“Il posto al di là dell'asfalto e al di qua del guard-rail.”
“E poi?”
“Il posto dove, un giorno, la macchina mi ha lasciato a piedi.”
“E poi?”
“Che ne so! Il posto dove mettono i cartelloni pubblicitari?”
”Se solo per una volta tu fermassi l'auto sul ciglio della strada, non perché hai sentito uno strano rumore dal cofano o perché devi pisciare o perché guidi da cani e al bambino viene da vomitare, e nemmeno perché c'è un panorama fantastico. Se provassi, così, senza una ragione, ad evadere da quella confortevole gabbia semovente comprata a rate. Ma non in corrispondenza di una piazzola di sosta, lì lo fanno tutti. E nemmeno quando sei in vacanza e non hai altro da fare, in quel momento non sei abbastanza te stesso, e non sei abbastanza incazzato, non saresti critico neanche su tua suocera. Fermati mentre vai al lavoro, un giorno che non sei in ritardo, in quel posto che sai, quello che quando ci passi pensi, non sai bene a cosa, non sai bene perché, ma quel posto ti fa pensare. Fermati. Scendi. Vivi. Vedrai che il ciglio di strada che percorri tutti i santi giorni non è una quinta di teatro muta e inodore. Anzi, sa di terra e asfalto, merda e gas combusti. Non sei sorpreso, no, piuttosto infastidito. Non rientrare in macchina, resisti, anche se sei in ritardo e la camicia ti si appiccica addosso, rinuncia alla tua cattività per qualche minuto. Prova a respirare senza filtro antipolline, tranquillo, il ricircolo dell'aria non appannerà i vetri, respira. Senti un cane che abbaia in lontananza, pensi che presto verrà ad aggredirti e che è l'unico essere vivente nel raggio di 3 km. Povero illuso, sappi che ci sono 37 lucertole, una coppia di bisce ed una intera famiglia di ricci di campagna che osservano ogni tua mossa, senza contare un migliaio fra mosche, api terricole, cimici del fieno e tafani e, per tua fortuna, smidollato come sei, nessuna di queste orrende bestie può rappresentare un pericolo. Ma tu, animale evoluto, riesci a vedere solo la colonia di buste di plastica che popola la vegetazione spontanea. Nel frattempo il cane si è avvicinato e ti guarda. Coda dritta, un orecchio teso e l'altro floscio. Adesso saltella sulle zampe anteriori senza piegarle. Non chiederti perché sei lì, aspetta, non è il momento. Prova a fare qualche passo lungo il ciglio della strada, prova a guardare il mondo con gli occhi di quel cane. Eccola, il rombo è forte, minaccioso, prepotente, è solo un'utilitaria ma a 100 orari fa paura. C'è una buca che la gomma asseconda schioccando una frustata sull'asfalto, il botto ti scuote anche se te lo aspetti, come quelli di natale. Sei investito da un alito pesante, umanamente gelido, termicamente torrido, chimicamente velenoso. Osservi quella rumorosa scatola d'acciaio nel suo arrancare contro natura su un nastro di bitume appiattito ad arte da altri animali come te, evoluti, e te ne vergogni. Prova ad attraversare la strada, ma attento, qui le auto sfrecciano sul serio, non è come attraversare in città. Cento metri più avanti c'è la carogna di un cane di media taglia gonfia di putrescenza, sembra una zampogna, poco più in là se ne indovina un'altra, più vecchia, ridotta a uno zerbino. Sono le tracce di una guerra combattuta tutti i giorni, dappertutto, senza bollettini, senza echi, senza morti né feriti che siano degni di nota. Anche il movente è quello delle guerre, il possesso di un territorio, il diritto allo sfruttamento ed all'occupazione. Questa è una strada fatta dagli uomini per farci correre le proprie scatole di ferro. E' così da un secolo e così sarà per l'eternità. Ti accorgi che lungo i margini il tappeto d'asfalto è corroso, perforato da fili d'erba ed infiorescenze, aggredito dal lento ma inesorabile metabolismo della natura che, a dispetto della nostra indole conservatrice, pone fine ad ogni cosa allo scopo di perpetuarsi. Il fine è l'eternità, comunque, solo vista in un modo diverso, meno individualista, in un contesto più ampio ed armonico, più naturale. Allora, cos'è un ciglio di strada?”
“Un limite, una linea di confine, una trincea.”
“E poi?”
“Un immondezzaio, una discarica a cielo aperto, una latrina, una fossa comune.”
“E poi?”
“E' una corsia che non c'è, riservata a quelli che è meglio che si scansino, ai lenti, a quelli che non tengono il ritmo, agli sfigati, alle gente ai margini, alla gente di strada che, pur chiamandosi così, non è padrona nemmeno di quella.”
“E poi?”
“Ci puoi trovare animali randagi, anime randagie, poveri cristi a cui piace sudare, respirare miasmi e farsi sfiorare dalle auto in corsa.”
“E poi?”
“Ci puoi trovare auto in avaria, gente in avaria. Ragazze che affittano il proprio involucro, sgualcite come fiori passati di mano in mano, spente e ferite come bambole vudù.”
“E poi?”
“Avanti, cos'è un ciglio di strada?”
“E' il vero limite fra l'essere umano e madre natura, il posto in cui releghiamo il mondo e, allo stesso tempo, la soglia del nostro ghetto, una striscia di Gaza lunga come da qui a Plutone.”

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mercoledì 4 maggio 2011

Fra terra e cielo

Il piano della scrivania era illuminato di sbieco dalla lampada a pantografo. Amaro lucano, gelato malaga e mio fratello, più giovane e più sereno di come lo ricordassi. Mi raccontava di un viaggio a Londra con la sua prosa fluida e beffarda fatta di illazioni che diventano verità, e di evidenze smentite dall'imponderabile. "Il cielo d'Inghilterra sembra più basso, hai la sensazione di poterlo toccare alzando un braccio" mi disse. "Wake up!" la voce di Michael si incuneò nel mio sogno. Erano le quattro e mezza di mattina. Dormivo da sette, otto minuti. Il mix di tolleranza, accondiscendenza e comprensione che mi contraddistingue mi impedì di mandarlo affanculo. Era un caro ragazzo, un inglese di Hull che avevo conosciuto al porto di Le Havre. Era arrivato con la sua Honda 1100 XX, un bolide nero che lui chiamava "time machine". Mi spiegò che quattro ore prima si trovava a Montpellier, un migliaio di chilometri più a sud. Il molo era pieno di motociclisti e c'erano anche parecchi ciclisti. Le due comunità formavano gruppi ben distinti e separati, tranne noi. Ci trovammo subito simpatici e dividemmo la cabina per risparmiare sul biglietto. La piacevole serata davanti ad una tazza di thé e pasticcini al burro non lasciava presagire la nottataccia. Dire che Michael russava è un eufemismo, ragliava come un somaro della barbagia. Provai a svegliarlo: scossoni, ciabattate, pizzicotti, sputi, avrei potuto espiantargli un rene senza ottenere un attimo di silenzio. Avevo ancora i neuroni allo stato brado quando Michael mi invitò a guardare fuori. Era tutto bianco, ebbi l'impressione che l'oblò avesse il vetro satinato. Una volta ripristinate le sinapsi, però, indovinai la sagoma del molo a non più di due metri. "What is this?" "Fog, english fog!" Vedevo la nebbia per la prima volta. Quella che giù in Puglia chiamiamo "nebbia" dalle parti di Portsmouth si chiama "leggerissima foschia". I minuti passavano ma la sensazione di spossatezza no. La stanchezza era naturale conseguenza della notte in bianco ma il mal di ossa era davvero insopportabile. All'ennesimo giramento di testa mi portai una mano alla fronte, sentii che scottavo. Restai lì, fermo, mentre il traghetto ribolliva di attività. Michael cercò a più riprese di smuovermi dal torpore, inutilmente. Poi la sirena del traghetto mi infuse un senso di impellenza e lasciai che la concitazione del momento mi coinvolgesse. Mi rivestii con i movimenti di un automa. Febbricitavo nella stiva quando aprirono il portellone. Una nebbia densa come zucchero filato invase l'enorme pancia del traghetto inghiottendo auto e camion. Percorsi il tunnel di luce. Mi resi conto di essere uscito dalla nave solo quando l'agente della dogana mi chiese i documenti, le porsi la carta d'identità barcollando. "I'm in desease... i have fever... please, help me" Era una graziosa ragazza che indossava la divisa in modo impeccabile, o almeno è quello che mi pare di ricordare. Fatto sta che mi fece cenno di proseguire per lasciare strada a chi sopraggiungeva. Percorsi una decina di metri senza trovare la forza di risalire in bici. Mi voltai per riprovare a chiedere aiuto, non trovai nulla. La nebbia aveva inghiottito tutto. Mi rassegnai a proseguire in quel mondo al contrario dove la cecità è luce, dove l'aria ha un corpo e il resto è ombra. Procedevo ai cinque orari affidandomi al cordolo reso ben visibile dalla colorazione a strisce bianche e rosse. Non avevo neanche la più pallida idea di dove stessi andando. Avevo la cartina, si, ma per strada non c'era un'indicazione, neanche una, e mi sentivo mancare. Che ci faccio qui? Che faccio adesso? Come esco da questa situazione? Sono tante le domande che girano in testa quando ti senti perso. Nel frattempo il cordolo aveva lasciato il posto ad un normale ciglio di strada molto meno visibile. Mentre cercavo di ricostruire i riferimenti visivi un boato squarciò la nebbia. Ne venne fuori il muso di un camion contro mano che mi sfiorò. Passò talmente vicino da toccarmi il braccio sinistro. Il clacson risuonò furibondo per molti metri. Ero stordito e incredulo, non avevo visto nessuno alla guida di quel camion. Passò un'auto, anche questa contromano, la guidava un bambino di due o tre anni. In preda all'ipertermia, alle allucinazioni, alla stanchezza ed allo scoramento mi inoltrai in un campo arato. Srotolai il sacco a pelo e mi infilai al calduccio. Le volute di nebbia aleggiavano lente, come anime in pena, ebbi la sensazione che anche la mia volesse abbandonarmi per unirsi alla processione "Che cazzo di posto mi sono scelto per tirare le cuoia!"
Al risveglio il mondo mi sembrò un posto più accogliente, furono sufficienti pochi secondi per esorcizzare i fantasmi di un'ora prima. Ero in Inghilterra, dove si tiene la sinistra e il posto guida è a destra. In realtà quello contromano ero io. I guidatori c'erano, e se avessi guardato sul sedile affianco li avrei visti. C'erano anche le indicazioni, bastava guardare il lato giusto del cartello. Mi risvegliai pigramente con un sorriso inestinguibile. Gli occhi che non volevano aprirsi, stanchi del bagliore della nebbia e della sua continua elusione. Poltrii, restai al caldo del sacco a pelo in mezzo a quel campo di terra smossa e profumata, in mezzo alle mie nuove, rassicuranti consapevolezze. Ero ancora sdraiato quando aprii gli occhi. Mi trovai un muro davanti. La nebbia era sospesa a cinquanta centimetri da me e formava un pannello compatto. Potevo vedere mezza bici, le ruote delle auto che correvano sulla strada. La visibilità fino a mezzo metro di altezza era perfetta, uno spettacolo surreale. Tirai fuori una mano dal sacco a pelo ed l'affondai nella coltre nebbiosa, nella nuvola "Il cielo d'Inghilterra sembra più basso, hai la sensazione di poterlo toccare alzando un braccio"

dal mio sito sul cicloturismo http://www.bikeride.it/

martedì 3 maggio 2011

L’uomo non è una bestia

La gente è felice, per strada, sul web, in tv, sui giornali, tutti felici, tutti d’accordo. E’ morto osama, il peggiore degli uomini, un uomo col cuore di cane, una bestia. Hanno ammazzato quel demonio. Milioni di dollari, migliaia di morti, ma alla fine è crepato. Un colpo in testa è la morte giusta per un vigliacco, un assassino di innocenti, un terrorista, uno che si fa scudo di una donna. La foto del suo volto sfigurato ha fatto il giro del web, tutti lì a godersi lo spettacolo, ad elemosinare la propria razione di raccapriccio. Non importa se è solo un fotomontaggio, anzi, farebbero la fila per farsi prendere per il culo.
Chi tiene il timone del pianeta lo sa bene, lo ha sempre saputo, ammansire le folle è facile. La strega al rogo, l’adultera lapidata, il cristiano a sfamare le fiere, il blasfemo alla forca, il nobile alla ghigliottina, il cospiratore davanti al plotone, il dittatore in pasto alla folla, il killer a friggere. Cambiano le epoche, le modalità, le accuse, i pretesti, ma le esecuzioni a morte rimangono la prima forma di intrattenimento, lo spettacolo con il più alto indice di gradimento.
E la truculenza? Una foto finta, bisogna accontentarsi, ma intanto il fotogramma è fissato nelle menti, ha sfamato gli appetiti. Le immagini di obama e della clinton che seguono con apprensione le fasi del blitz hanno fatto il giro del mondo. E’ pazzesco, pur di assistere allo spettacolo ci si accontenta di guardare chi guarda, siamo alla perversione collettiva! Vergogna!
Non siamo bestie, abbiamo capacità critica, memoria, eppure la storia non ci ha insegnato niente. Dov’è la civiltà? Come si può manifestare, festeggiare in piazza con striscioni, bandiere, inni? E’ morta una persona, la peggiore dell’universo, un caino, un giuda, ma pur sempre una persona. Abbiamo perso un’occasione, l’ennesima. L’occasione di insegnare al resto del mondo come ci si comporta di fronte alla morte. Insegnare la compostezza, l’onore, i valori d’occidente. E invece? Manifestazioni, urla, odio, vendetta, alla stregua dei fondamentalisti islamici. Vergogna!
Può una bestia colpire, uccidere, dilaniare le membra di un proprio simile, non per cibarsene, ma per vendetta?
Può una bestia gioire e bearsi della morte di un proprio simile?
L’uomo non è una bestia, è molto peggio.

Solitudine

Ero uscito con il mio abito beige, mi faceva sentire a mio agio, in tinta col sole di primavera. Gli altri indossavano i jeans di Armani, l’uniforme di quel aprile dell’ottantaquattro. Ma le uniformi uniformano chi ce l'ha, per gli altri sono divise, ti dividono dal gruppo.
C’era una ragazza che mi piaceva, in realtà non la conoscevo, non abbastanza da decidere che sarebbe stata la donna della mia vita, ma il solo fatto di guardarla mi faceva sentire bene, e male. Sentivo un male fisico, interno. Non un dolore allarmante ed oscuro, di quelli che ti fanno correre al pronto soccorso. Era più un tormento, un senso di vuoto, l’esatto contrario del mal di stomaco, un malessere continuo e dolcissimo. E poi quel gran mal di testa, un pensiero fisso, dominante. Ne parlai a mio fratello. “Stai crescendo” mi disse. Non pensavo che la crescita facesse vedere il mondo con occhi diversi. Erano tre mesi che portavo gli occhiali, una montatura craxiana demodè, ma non era una questione di vista. Guardavo i miei amici e non vedevo altro che degli sciocchi, dei bambini che portavano i loro corpi da adulto come vestiti di carnevale, un carnevale fuori stagione, fuori luogo.
La serata si trascinò stancamente, come un cane morente in cerca del posto giusto dove sputare l’anima. La stradina di paese che portava alle giostre era semideserta. Una tv a volume troppo alto rimbombava per la via, la sigla della domenica sportiva aveva su di me l’effetto di un fendente, una coltellata che apriva il sacchetto in cui stipavo i miei sensi di colpa. Anche quella domenica era finita e, come al solito, non avevo fatto i compiti. Mi aspettava un altro lunedì di merda con salto della prima ora e coma vegetativo per le restanti quattro. Lo so, è stupido prendersela con il lunedì, è un giorno come gli altri, solo più sfortunato. E’ come la punta della supposta, è lei che passando fa male, il resto scivola via senza maledizioni.
Eravamo davanti al traballero ed il solito mitomane faceva sfoggio delle sue doti di equilibrista. Anni dopo ne ho conosciuto uno a cui era andata male, indomito, impennava la sedia a rotelle e rimaneva in surplace. Lei, la ragazza che era riuscita ad entrarmi dentro senza neanche avvicinarsi, se ne stava fra le braccia di un tipo, uno brutto. Ingoiai amaro. Pensai di valere meno di quello schifo di ragazzo. Pensai che confidarmi con dei bambini pronti a ridere della loro stessa ombra non mi avrebbe aiutato. Intanto le stupidaggini del giostraio uscivano dall’altoparlante distorte e gracchianti. Non è importante avere qualcosa di decente da dire, la facoltà di parola si guadagna con i decibel, basta un microfono in mano per avere il diritto di inquinare il mondo senza contraddittorio. Vaffanculo a te giostraio, ed alla tua sterile logorrea. Vaffanculo a voi fantocci dei miei vecchi amici, andate a scimmiottare un po’ più in là. Vaffanculo a tutti questi invasati che si divertono perché sono determinati a farlo, non perché ci sia l’ombra di un motivo. Ci si può sentire soli ovunque, soprattutto in mezzo alla gente.
Alzai lo sguardo e mi rifugiai nelle stelle. Cassiopea, una W in mezzo al cielo, in quel triste contesto mi sembrò capovolta. Andromeda, la più femminile e materna delle costellazioni, mi stava sui coglioni pure lei. Ma cosa sono le costellazioni? Gruppi di stelle? No. Sono stelle di origini diverse che si trovano a enormi distanze l’una dall’altra. Nulla in comune, solo il nostro punto di vista. Sono oggetti celesti otticamente raggruppabili, insomma, li abbiamo accomunati noi uomini, e ci siamo inventati nomi, storie, un sacco di cazzate. E’ una nostra fissa, una tara da bambini, vogliamo raggruppare, unire, fidanzare tutto e tutti. Come quel mio compagno delle medie “Paolo e Licia sono fidanzati?” “Chi?” “Quelli di BimBumBam!” Vaffanculo pure a te! La Galassia di Andromenda, M31 per gli amici, quello si che è un gruppo di stelle. E’ la luce di miliardi di astri partita 2,5 milioni di anni fa, quando sulla terra c’erano ancora gli australopitechi, e la lingua e le lettere che abbiamo utilizzato per darle un nome manco esistevano. Quelle stelle potrebbero non esistere più, ammiriamo una proiezione, solo a pensarci viene il mal di testa. Granelli di sabbia al vento, questo siamo. Parassiti su un residuo di combustione, niente di più.
Tornai sulla terra. Il chiasso furibondo della festa patronale prese il posto del silenzio siderale in cui mi ero rifugiato, mi sorprese. Ero ancora lì, in mezzo agli abitanti della terra, agli alieni. Non tutti possono ascoltarti. Non tutti parlano la tua stessa lingua. Quando ti senti solo in mezzo all’universo e ti viene voglia di arrenderti e comprare una schifo di uniforme, tirati su, prova a fare due passi, ad andare più in là. Non cedere alle lusinghe dell’omologazione, sii te stesso, custodisci le tue peculiarità, sono la sola cosa che ti distingue dalla massa. Troverai chi le apprezza, chi ti ama, chi vede in te qualcosa di speciale. E’ facile trovare apprezzamento in mezzo al gregge, ma è un apprezzamento finto, fine a se stesso, l’apprezzamento che si riserva a chiunque capiti lì, “sei un grande”, “sei solare”, “sei un mito”, è solo un modo per dirti che vali qualcosa, qualcosa più di un cazzo di niente. Non si può condividere la vita con qualcuno solo perché ti capita accanto, non si può stare insieme per caso, come oggetti che si incontrano sul fondale marino portati dalle correnti, e lì giacciono.
Ci si può sentire soli ovunque, soprattutto in mezzo alla gente, ed è del tutto normale.

lunedì 2 maggio 2011

La fine di un viaggio

La luce intensa del mattino mi aprì gli occhi. Le poche ore di oscurità concesse dalle notti nordiche erano già finite. Mi stiracchiai con cautela temendo il morso del mal di gambe, niente, nessun dolore. Lo spazzolino faticava a vincere la resistenza delle labbra tese. Non era esattamente un sorriso, somigliava più ad un malinconico compiacimento. Un tetto di nuvole grigio e basso copriva il cielo, nel silenzio. Il borbottio dell'acqua sul fornello a propano era l'unico rumore percettibile. Il vapore saliva senza volute, perpendicolare. Il fogliame, l'aria, tutto era fermo, come congelato in un fotogramma. Mi sedetti sotto un albero con la tazza fumante in mano e smisi di respirare. La fine di un viaggio somiglia alla morte, e quella era la migliore scenografia che potessi chiedere. Beauty case, sacco a pelo, attrezzatura da campeggio, sistemai il bagaglio senza pensarci, con movimenti automatici. Tutto aveva trovato una collocazione nelle borse e nella mia mente. Vestizione, esercizi di straching, manutenzione rapida, primi tre chilometri con rapporto leggerissimo. Attività che, appena diventate abitudine, avrei dovuto smettere. Ma è possibile che i dolori passino proprio l'ultimo giorno di viaggio? E' possibile che ci si abitui ai ritmi, alla fatica, al cibo, al giaciglio, alle attività quotidiane, proprio l'ultimo giorno di viaggio? E' possibile che ci si renda conto della propria situazione privilegiata proprio l'ultimo giorno di viaggio? No, non è possibile. E' il nostro atteggiamento che cambia. Il vuoto nello stomaco che si sente quando un viaggio stà finendo non è fame, e nemmeno fatica. E' la morte. Solo un piccolo assaggio, un antipasto per gradire. Tanto poi si torna a vivere, si rinasce. Perché un viaggio in bici ti cambia, ti rivolta come un calzino, stravolge le tue priorità, ti rimette al mondo. Rinasci perché tutto ha una fine, anche il tuo viaggio. Rinasci perché sei morto, se no come potresti? Riparti perché fermarsi non si può, che viaggio sarebbe? Tutto appariva scolorito dalla luce soffusa, appiattito dalla mancanza di ombre. Sentivo lo scorrere del tempo, il senso di oppressione che una scadenza ravvicinata incute. Cercavo di registrare ogni momento, ogni scorcio, con ingordigia. Ma non si può guardare tutto, pretendere di imprigionare tutto nei ricordi. Qualcosa sfugge, inesorabilmente, restano solo emozioni fugaci, ottuse. Come quando cerchi di acchiappare la sabbia, più stringi più quella ti scivola via. Tanto vale accontentarsi dei granelli e vivere il viaggio come viene, con naturalezza. E ti ritrovi composto in bici, nella tua postura a testa bassa. Scegli di ignorare un panorama bellissimo ma sempre uguale. Perché viaggiare è assaggiare lasciando sempre un po' di spazio, se passa l'appetito le gambe si fermano. Percorrevo una pista ciclabile pavimentata con lastre di cemento lunghe dieci metri. Il passaggio da una lastra all'altra scuoteva la bici sovraccarica, una vibrazione sorda che scandiva un tempo sempre più rapido, incalzante. La pista era completamente deserta e proseguiva dritta a perdita d'occhio tagliando in due un bosco odoroso di muschio. Alberi e cespugli si alternavano senza fine come un rullo scenografico, sempre più veloce, nel silenzio. Mi abbassai per penetrare meglio l'aria ed inserii il rapporto più duro, nove metri per pedalata. Veloce, sempre di più, in un ritmo crescente, con le gambe sempre in spinta e la bicicletta perfettamente perpendicolare. Respirazione, pedalata, battito cardiaco, sobbalzi, tutto era sincronizzato, perfetto, eterno. La vegetazione si infittì. Le ruote planavano su un sottile tappeto di aghi di pino e foglie secche, vorticavano senza attrito come orologi a trentasei lancette, affamati di tempo. Nessun dolore, nessun affanno, nessun rumore molesto, nessun gas nocivo, solo velocità, dinamismo allo stato puro, volo e vertigine insieme, ebbrezza di piacere e tumulto di paura annodati nello stomaco. Il mio viaggio è finito lì, in un bosco nei pressi di Uelzen. E' lì che sono morto.

dal mio sito sul cicloturismo http://www.bikeride.it/

domenica 1 maggio 2011

Omofobia e famiglia

Omofobia, dal greco homos (stesso) e fobos (paura), letteralmente significa “paura dello stesso”. Paura? Ma li avete visti? Gli omofobi non hanno paura, fanno paura. Leghisti, fascisti, sinistra becera, uomini di chiesa, cattolici laici, il germe della discriminazione sessuale non risparmia nessuno. E quando si parla di omosessuali il discorso cade sulla famiglia, è un classico, il valore condiviso per eccellenza, una specie di imbuto che ingorga gli argomenti. Parliamone.

"Cos’è la famiglia? Un buon padre, una madre premurosa, uno o più pargoletti e, sullo sfondo, i nonnini amorevoli. La famiglia è un valore forte, non può essere toccata da sentimenti di odio, dalle malattie e, soprattutto, dalle devianze sessuali. La famiglia è un posto sano nel quale allevare bambini sani in un contesto di sani principi, un luogo nel quale un omosessuale non può avere un ruolo. Questo è la famiglia."

No, non è accettabile. E’ una definizione riduttiva, ottusa che crea discrimine e solitudine. Un orfano, uno sfortunato, un diverso, che ruolo potrebbero avere in una famiglia così? La famiglia è un’altra cosa.

La famiglia è solidarietà, è il posto in cui nessuno viene lasciato al suo destino, il posto in cui nessuno viene dimenticato, il posto in cui tutti, con i loro pregi ed i loro difetti, vengono amati ed accettati.
La famiglia non si basa sul raziocinio, e nemmeno su scelte sessuali o parentele di sangue ma sull'amore, un sentimento per sua natura universale ed incondizionato. Niente amore, niente famiglia.
La famiglia è il posto in cui le regole della società vengono capovolte, il posto in cui lo sfortunato, il diverso, il debole non sono un peso ma lo scopo principale di tutte le attività.
Questo è la famiglia.

sabato 30 aprile 2011

Rilevanza turistica

La strada si avvitava su un colle disegnando una spirale di chilometri. In cima alla salita, fra le tracce stinte di un posto di frontiera, svettava un moderno obelisco di cemento, simbolo dell'unione fra le due Germanie e ricordo indelebile di una separazione dolorosa ed ancora riecheggiante. Da quel punto in poi la cartina stradale diventava meno dettagliata. Nessuna segnalazione di rilevanza turistica. Si limitava a riportare le strade, come se nell'ex DDR non ci fosse nulla da vedere. Effettivamente tutto cambiava. La strada proseguiva assecondando l'andamento del territorio, senza ponti né gallerie, e, nell'asfalto fratturato, vaste aperture lasciavano intravedere la vecchia pavimentazione in ciottoli di fiume. L'atmosfera irreale della foresta tedesca si stemperava nell'odore dolciastro dei campi di patate. Il sibilare delle BMW si mescolava al frinire delle Trabant, vetturette con la carrozzeria di plastica ed il motore a due tempi. Supermercati, centri commerciali, teatri, sale cinematografiche, discoteche ed alberghi trovavano posto nei colossali ruderi delle industrie di stato, mostri grigi trasformati in strutture sgargianti, capienti, vive, ma comunque inquietanti. Il territorio dell'ex DDR era un immenso cantiere a cielo aperto, il fragore di un'operosità frenetica rombava nell'aria e dovunque si indovinavano gru e pennacchi polverosi. Spesso le strade erano interrotte per lavori, ma chiedere informazioni per percorsi alternativi era impossibile, non incontrai un solo tedesco dell'est che conoscesse l'inglese. Le donne avevano un'aria semplice e genuina, portavano in volto il pallore di una vita senza agiatezze. Indossavano grossolani abiti fiorati lunghi fino al ginocchio chiusi in vita da una stringa ricavata dalla stessa stoffa, una specie di uniforme per casalinghe. Percorrevo un viale che attraversava l'ennesimo paesino spoglio, grigio e polveroso. Una bella ragazza, animata dal passo svelto di chi è affardellato, attirò la mia attenzione. Riuscii a scorgerla da lontano, fra la gente, e a non perderla di vista fino ad incrociarla. Indossava il solito abitino da casalinga, ma i fiori, piccoli e colorati, spiccavano sull'elegante sfondo bordeaux. In quel grigiore spiccava come il cappottino rosso della bambina di "Schindler's list". Portava una grossa cesta tenendola premuta conto l'anca con una sola mano. Il braccio libero scandiva l'incedere muliebre ed inconsapevolmente superbo delle belle creature. Quell'andatura fatta di passi brevi e frequenti metteva in moto le sue carni, e la veste, tesa dal peso sul fianco, conteneva a stento voluttà e floridezza. Era da un po' di giorni che facevo il turista a tempo pieno, fermarmi ad ammirare tutte le meraviglie che incontravo era ormai un'abitudine. Senza neanche rendermene conto mi ritrovai fermo a guardarla manco fosse una chiesa gotica o un panorama montano, dovetti reprimere l'istinto di metter mano alla fotocamera. La ragazza decise di fermarsi a sua volta e mi guardò con una scherzosa aria di sfida. Cercai di recuperare un contegno distogliendo lo sguardo verso il nulla, senza riuscire a cancellare dal mio volto quella stupida espressione a bocca aperta da "meravigliato dal mondo". Si avvicinò illuminata dal compiacimento e mi porse una pagnotta presa dalla cesta. Il pane era caldo e profumava di buono, o almeno credo, lei aveva un sorriso da bambina che avrebbe sciolto il pack e reso dolce il cianuro. Avrei voluto dirle qualcosa, ma cosa? e in quale lingua? Certo, avrei potuto ringraziarla, anche con un semplice gesto, ma lo stato di sopravvenuta demenza temporanea da tempesta ormonale me lo impedì. Lei flautò un incomprensibile saluto e mi lasciò lì, con la pagnotta in mano, portandomi via un organo interno. Ne sono sicuro perché ho avuto un senso di vuoto nel petto e nell'addome che mi è durato per molto tempo. Ripresi a spingere sui pedali cercando di dimenticare quell'episodio nel tentativo di liberarmi dal senso di inadeguatezza che mi aveva aggredito. Dopo poco smisi di pedalare lasciando scorrere la bici per inerzia. Un lago, una panchina, la mia stanchezza, una pagnotta calda, l'emozione che ancora vibrava nello stomaco, c'erano tutti gli ingredienti per strappare qualche minuto stanziale al frenetico viaggiare di quei giorni. Mi sedetti su quella panchina aggredita dalla vegetazione spontanea, la stessa vegetazione che aveva scomposto la pavimentazione del marciapiede. L'artefice di quel piccolo disastro era una inquietante pianta lacustre costituita da rami violacei, abilissimi nell'infilarsi negli anfratti e nell'avviluppare gli oggetti per poi distruggerli per costrizione, un autentico demolitore vegetale, lento ma inesorabile. Il cielo grigio e fumoso si specchiava nell'acqua facendone un posto triste e cupo. A riva alcuni rifiuti popolati dal muschio assecondavano l'impercettibile moto ondoso e contornavano di squallore il lago meno bello d'Europa. Mentre affondavo i denti nella fragranza del pane fresco comparve una coppia di cigni. Non saprei dire chi fosse il maschio e chi la femmina, a dire il vero non sono nemmeno in grado di escludere l'omosessualità, so soltanto che erano meravigliosi. Presi singolarmente sarebbero stati dei bellissimi esemplari, e basta, ma insieme rappresentavano uno spettacolo talmente commovente e disarmante da eclissare lo squallore che li circondava. Eleganti e maestosi, giocavano, scherzavano, si amavano, si completavano, godevano pienamente della loro vita semplice e frugale. Allungai la mano verso la borsa determinato a prendere la fotocamera per fissare quegli istanti. Nel recuperare la borraccia, che nel frattempo era caduta sotto la panchina, scorsi un fiore di dimensioni eccezionali e di straordinaria bellezza. Ero totalmente sconvolto, quello schifo di pianta distruttrice e priva di foglie aveva deciso di far sbocciare un unico, magnifico fiore nel posto meno raggiungibile e meno visibile, quasi avesse pudore di tanta bellezza. Lasciai perdere la macchina fotografica e continuai a godere di tutti i tesori che quell'angolo di mondo serbava. Il bello è in ogni posto, e non sempre è segnalato da una cartina.

dal mio sito sul cicloturismo
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lunedì 25 aprile 2011

Liberazione e revisionismo

Non capisco cosa ci sia di sbagliato nei libri di storia.
Non capisco su cosa si basi il pensiero revisionista.
Non riconoscere le responsabilità del fascismo nell’occupazione tedesca è ridicolo.
Non riconoscere il contributo determinante dei russi nell’impedire che la guerra lampo si realizzasse, e che l’Europa, Italia compresa, potesse tornare libera dal nazifascismo e dalle leggi razziali, è ridicolo.
Non riconoscere il Comitato di Liberazione Nazionale (formato da diversi se non opposti orientamenti politici: cattolici, comunisti, liberali, socialisti, azionisti, monarchici, anarchici, gente comune, uniti contro il nazifascismo) come unico e solo baluardo che abbia indotto gli alleati ad intervenire, è ridicolo.
Non riconoscere le responsabilità del fascismo sugli avvenimenti successivi al 25 Luglio 1943 è un puerile tentativo di additare l'alleato di ieri, ridicolo.
Penso che reinventare intere pagine di storia non sia un delitto, anzi, è un esercizio di libertà, la libertà di offendere la nostra patria e chi ha subito l'onta di quegli avvenimenti drammatici. Almeno di questo qualcuno dovrebbe sentire la responsabilità.

domenica 24 aprile 2011

"Amici"

“Sei su Facebook? Scambiamo l’amicizia!”
L’amicizia si sente, si prova, si gode, si soffre, come tutte le passioni.
Non si può scambiare come merce, non si deve recitare per convenienza.
Il mondo è pieno di finti amici, di feticci che sorridono a bocca aperta come cartonati nei distributori di benzina.
A un amico puoi raccontare i fatti tuoi, la parte molle della tua vita, senza temere che ne rida appena possibile, dietro la prima porta chiusa.
Ridere delle confidenze è la più vile delle forme di tradimento, è come trovare il coraggio di vibrare il colpo su un cucciolo di foca, bisogna essere dei pezzi di merda, dei giuda, dei parassiti che cercano di distogliere lo sguardo dal deserto che portano dentro, dei poveracci che trovano divertente correre sulla ruota della tua infelicità, come criceti, come stupidi roditori ingabbiati nelle loro miserie.

venerdì 22 aprile 2011

Tecnologie sostenibili

Una foto fatta col cellulare può venir bene, la luce giusta può saturare i colori, la natura può offrire il massimo di se, farsi depredare con generosità. Poi basta un'idea, una didascalia ad effetto e... "Bella foto!"

Ma il senso di colpa cresce nello stomaco e ti annoda la gola.
I colori non bastano a rendere l'argomento meno triste. L'informazione c'è, le tecnologie ci sono, le politiche degli incentivi ci sono, fatte bene o male, ma ci sono. Ci sarebbe tutto per consegnare ai nostri figli un mondo in cui possano vivere. Ma non ci crediamo, non crediamo che tutto possa appassire, morire. Non crediamo al grido di disperazione dell'intero ecosistema artico sull'orlo dell'estinzione.
Anche davanti alle immagini di trichechi e orsi polari alla deriva perchè il pack è ormai una granita inconsistente non crediamo, non crediamo di poterci fare nulla.

E' ridicolo parlare di fede quando la gente non crede nemmeno a quel che vede.