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Qui stendo ad asciugare i panni lisi della mia vita
I governi dei Paesi nord-europei attribuiscono alla bicicletta un ruolo strategico ed investono molti soldi in infrastrutture e politiche di incentivazione ...sono degli spendaccioni? No! Chi utilizza la bicicletta per i piccoli spostamenti almeno per due ore alla settimana rischia una malattia cardiovascolare 40 volte meno degli altri, risparmia, non occupa un posto auto, non brucia carburante, non produce CO2, non fa rumore, non incrementa il traffico e non vi rimane imbottigliato. Pensate al risparmio del sistema sanitario nazionale per malattie cardiovascolari e tumori, al contenimento del debito verso i paesi produttori di petrolio ed a tutti gli altri benefici economici ed ecologici. E l'Italia resta a guardare... e c'è poco da meravigliarsi, anzi, c'è da sorprendersi del fatto che non sia stata istituita una supertassa sulle bici visto che non fanno crescere il PIL e di conseguenza, secondo i più bigotti degli economisti, l'economia. Le amministrazioni locali meridionali, poi, soffrono il mito della pista ciclabile elettorale: un inutilizzabile ciglio di strada largo 50 cm. a doppio senso di circolazione. Ne inaugurano una sotto ogni campagna elettorale salvo poi lasciarla cadere in stato di abbandono ...vero inghiottitoio di denaro pubblico la pista elettorale zigzaga fra i platani e le panchine, sale e scende dai marciapiedi, è perennemente occupata da mezzi in sosta e cassonetti per i rifiuti e, soprattutto, non porta da nessuna parte ...ma costa di più se và, per esempio, dall'università alla stazione? Voltiamo pagina. Promuoviamo la realizzazione di una rete viaria alternativa, riservata a ciclisti e pedoni, con una propria segnaletica e dei Vigili Urbani dedicati. Ogni importante terminale del trasporto pubblico deve essere dotato di cicloparcheggio sorvegliato. Le spese per l'acquisto e la manutenzione della bicicletta devono essere assoggettate all'aliquota IVA del 4% e devono essere detraibili dalla dichiarazione dei redditi assimilandole alle spese mediche. Chi si reca al lavoro in bicicletta dovrebbe godere di un incentivo come accade agli impiegati pubblici svedesi. Insomma, le idee per un mondo migliore ci sono... le leggi no.
Agli articoli 65 e 66 la Costituzione italiana obbliga il Parlamento a valutare l’eleggibilità dei suoi membri in base alla legge ordinaria.
La bicicletta scivolava nell'oscurità fendendo il silenzio con il ronzio appena percettibile della ruota libera. Abbandonai il manubrio, raddrizzai la schiena ed aprii le braccia offrendomi all'aria fresca. Chiusi gli occhi. Mi pervase un senso di libertà. La bici continuava a scorrere sulla superficie regolare della strada, senza controllo. Un pensiero travestito da voce si insinuò in quell'idillio "Ti puzza di campare? Apri gli occhi e pensa a pedalare, mentecatto!" Scoprii che il mio amor proprio non ha sensibilità poetica ma modi spicci. Mi incurvai sulla bici e sorrisi. Tornai a svolgere quella che, ormai da giorni, era diventata la mia attività prevalente, spingere sui pedali. Tic-tac, tic-tac, un movimento sempre uguale su un nastro grigio, sempre uguale pure lui. Ma che c'è di bello, di stimolante? Che c'è di tanto attraente? Un po' di bitume che separa due posti vicini, questo è la strada. Un diritto di precedenza strappato alla natura. La voce ritornò "Che diavolo ci fai qui?" ed aveva il sapore amaro delle insinuazioni fondate "Hai lavorato un anno intero per farti venire le vesciche al culo su questa strada dimenticata da Dio?" cominciai a vedere la mia vacanza sotto un'altra luce "Il resto del mondo vive, si diverte, socializza, si accoppia, e tu?" Improvvisamente pedalare mi sembrava un'attività vuota, fine a se stessa, disperata, un passatempo per sfigati. Non ero più sicuro che quello fosse il miglior modo per spendere le mie sudate ferie. Quella voce beffarda aveva ragione "Che ci faccio qui, in mezzo all'Europa, a fare tic-tac sui pedali?" Tanto valeva pianificare una full-immersion di uncinetto, tombolo e punto croce con le bigotte dell'Azione Cattolica. La strada moriva in una grande area di sosta isolata: automobili e biciclette parcheggiate ordinatamente in mezzo al nulla. "Cos'è, uno scherzo?" Mi guardai intorno cercando una spiegazione, poi scorsi in lontananza quello che sembrava un ingresso per la metropolitana. C'era un uomo in divisa dentro un gabbiotto trasparente. "Buonasera. Un biglietto per Anversa, grazie" Era vittima di una calvizie incipiente e della mania di nasconderla con un riporto che sfidava ogni legge della fisica e del buongusto. "E' gratis, benvenuto ad Anversa" La discesa era assicurata da una ingegnosa scala mobile per ciclisti: un settore della scala aveva degli incavi per le ruote della bici. Dopo ben quattro rampe mi trovai davanti un tunnel pedonale, un enorme tubo lungo qualche centinaio di metri che passava sotto il fiume Schelda. La pavimentazione era divisa in due corsie: pedoni e biciclette. L'ululato degli pneumatici ed il rapido alternarsi delle lampade per l'illuminazione amplificavano la sensazione di velocità, dovetti resistere alla tentazione di fare un altro giro. Sbucai in pieno centro. Anversa era bellissima. Molta bella gente dall'aria divertita immersa in un'atmosfera senza tempo. Tanti bei posti in cui trascorrere la serata ballando, ascoltando la musica o mangiando qualcosa di buono, tutti perfettamente integrati in un'architettura imponente, splendida ed originale. Mi fermai davanti ad un ristorante attirato dall'accento brindisino di due camerieri intenti ad apparecchiare i tavoli all'esterno. "Uè, Puglia" "Uè, cumpà. Vitiluuuu... cu la bicicletta! Mena camina ca lu padrone a li paesani li tratta buenu" La "Trattoria da Toni" era un locale volutamente pittoresco ma, allo stesso tempo, molto curato. Il menù e la carta dei vini erano degni di un ristorante di alto livello ed anche i prezzi erano tutt'altro che popolari. Il bancone ed il forno per le pizze erano allestiti in un'apertura che dava all'esterno ed il pizzaiolo, Toni, era un grande intrattenitore, maneggiava l'impasto con l'abilità di un giocoliere e non la smetteva di cantare e recitare in vernacolo. Mi fecero accomodare ad un tavolo in bella mostra con la bici al mio fianco e lì mi lasciai coinvolgere dai siparietti del pizzaiolo rubato al cabaret. Fra un proverbio, uno scambio di battute ed una canzone popolare mi portarono una gigantesca pizza a forma di bicicletta variamente condita, una bistecca ai ferri alta tre dita e due boccali di birra. Poi si avvicinò il Maitre, elegantissimo nel suo smoking anni '20, ma lo sarebbe stato anche in canottiera, era uno di quegli uomini che hanno il dono dell'eleganza indipendentemente dall'abito e dalla situazione. "Cosa gradisce come antipasto? Abbiamo..." Lo interruppi incredulo "No grazie. Ho mangiato fin troppo, tutto buonissimo. Mi porterebbe il conto?" "Lei è nostro ospite" "Grazie per l'ospitalità, non so come ringraziare?" "Grazie a lei. E scusi se l'abbiamo coinvolta nel nostro piccolo show. Gli stranieri vanno pazzi per queste cose" "E' stato un piacere. Toni è bravissimo... un vero animatore" "Non è mai riuscito a scegliere fra spettacolo e ristorazione... Gradisce un amaro?" "Rum" Bevvi sorseggiando con calma, guardandomi intorno. C'era gente di tutte le provenienze e di tutte le età, uno spaccato del turista medio. Erano lì per divertirsi, per stare in compagnia. Bel posto, buon cibo, serata tranquilla, pizzaiolo da avanspettacolo, camerieri folkloristici ma ossequiosi e competenti ed io. Si, facevo parte della loro serata. Rispondevano tutti al mio sguardo. Fui costretto a ricambiare bicchieri sollevati, saluti e cenni di approvazione ed il motivo era uno solo, ero un cicloturista, uno che piglia la bici la trasforma in un camper e parte. La mia era lì, affianco al tavolo, fumante di chilometri, carica come un mulo ed aggressiva come un enduro. Il mio aspetto sano ma vissuto, l'abbigliamento inadeguato ma distintivo con gli sponsor italiani "pasta e pomodoro", i guantini che non indossavo in quel momento ma che l'abbronzatura mi aveva tatuato sulle mani facevano di me "un personaggio". Per molti ero l'incarnazione di un sogno irrealizzabile: mollare tutto e partire. Per tutti sarei stato il ciclista "italiano" di quella serata al ristorante "italiano". Nei loro sguardi non c'era traccia dei dubbi che mi avevano assalito poche ore prima, anzi, in molti si leggeva chiaramente una forma di sana invidia. Qualcuno probabilmente me lo ha anche detto, in fiammingo o in qualche altra lingua, che avrebbe dato qualsiasi cosa per poter prendere il mio posto. Mi sono limitato ad annuire, a constatare quanto mi sentissi fortunato. Saltai sulla bici e feci per partire "Le posso offrire una soluzione per la notte" mi disse il Maitre "No, grazie" "Insisto, sarebbe nostro ospite" scossi la testa, disarmato "No. Siete le persone più ospitali che abbia mai incontrato, serberò un magnifico ricordo di questa serata, ma proprio non posso accettare" Il Maitre scambiò uno sguardo con il proprietario e continuò "Non c'è nient'altro che possiamo fare per lei?" Mi avvicinai a Toni per ringraziarlo "Non ti piace qui? Perché non rimani? Siamo paesani" In effetti nei nostri spettacolari colloqui ad alta voce avevamo scoperto di avere gli stessi natali, a Mesagne in provincia di Brindisi. "Toni, questo è uno dei più bei posti che abbia mai visto..." "...ho capito, ti fermi solo quando arrivi a casa tua" "Esatto, quando il viaggio finisce" "Vattene... che mi fai venir voglia di scordarmi chi sono e partire... e scrivi!!!" Inforcai la bici e ripresi il viaggio con un sorriso incontenibile sulla faccia, per quello che mi lasciavo alle spalle e per quello a cui andavo in contro. Un po' di bitume che separa due posti vicini ma ne unisce due lontani, questo è la strada. Un diritto di precedenza strappato alla natura se ci passi con la prepotenza dei mezzi a motore, un posto d'osservazione privilegiato se sei in bici.
Per un pugliese della Murgia il fiume rappresenta un mito. Le parole pesca sportiva, rafting e trota salmonata suonano esotiche come avocado, igloo e boomerang. Richiamano posti lontani chilometri, culture distanti anni luce. Da noi i fiumi si chiamano gravine e sono solchi carsici a regime torrentizio che si ricordano di essere corsi d'acqua una volta ogni vent'anni, e puntualmente ci scappa il morto. Poi abbiamo il mare a pochi chilometri, abbastanza lontano da non poterci definire gente di mare ma abbastanza vicino da conoscerlo e viverlo. Uscivo dall'ufficio postale di Rosny sur Seine quando feci caso allo strano odore che appesantiva l'aria. Un odore che non avevo mai sentito prima, un olezzo fra muffa da infiltrazione e scarico di lavello appena sgorgato. Lungi da me il pensiero che provenisse dalla Senna, il fiume più idolatrato d'Europa teatro di pagine epiche della storia, della politica e del diritto moderno. Rimontai in bici con i polmoni a mezzo servizio. L'idea di riempire una scatola con il bagaglio in eccesso mi era venuta il giorno prima quando avevo deciso di sbarazzarmi di un po' di roba. Un materassino ad alta densità, il treppiedi per il fornello a propano, una grossa torcia elettrica, un coltellino multifunzione in acciaio inox, un moschettone, un portachiavi, una matassa di fil di ferro, un tronchesino, un apriscatole ed un paio di scarpe. Era tutta roba nuova, sarebbe stato un peccato buttarla via, così decisi di farne dono a qualcuno. Trovai una bella chiesetta che si affacciava direttamente sulla strada. Entrai. Nonostante le ridotte dimensioni le volte erano altissime e riccamente decorate. Provai a richiamare l'attenzione di qualcuno ma mi rispose un silenzio di tenebra. Uscii a passo svelto. Stavo assicurando la scatola al portapacchi quando una voce indefinibile ringhiò alle mie spalle. La persona più brutta che avessi mai visto, tuttora detentrice del record con un vantaggio imbarazzante sul piazzato, mi si parò davanti. Nel disperato tentativo di dissimulare il disgusto ebbi una contrazione facciale talmente fuori controllo da mandarmi qualcosa di traverso. Sarà stata la lingua o, forse, il velopendulo, fatto sta che la mia gola era ermeticamente occlusa. Avevo smesso di respirare da almeno venti secondi quando stramazzai al suolo. Immagini recondite si manifestarono davanti ai miei occhi sbarrati. Mi apparvero nell'ordine: la Madonna del Querceto che cantava "Like a virgin", Moana Pozzi con l'aria insoddisfatta che, al grido di "riprenditi!", mi sbatteva uno zabaione da tredici uova, e Filippo, un mio compagno di bici affetto da aerofagia cronica, l'unico ciclista al mondo che a stargli in scia si prende più vento. All'improvviso il mostro rientrò nel mio campo visivo. Indossava un mantello grigio ed un gonnone nero. Al netto dello strabismo divergente e delle opalescenze oculari ebbi la netta sensazione che mi stesse guardando il pacco, inteso come zona inguinale. Il cavo orale in atteggiamento famelico lasciava intravedere i denti marci, e per marci non intendo cariati. I denti c'erano tutti ed erano equini, ma ospitavano delle incrostazioni di color marrone con sfumature tendenti al verde. Probabilmente si trattava di formazioni organiche parassite, muschi e licheni che avevano trovato un habitat ideale per proliferare. C'era materiale per tre puntate in prima serata, "Un intero ecosistema nelle fauci del mostro" su Discovery Channel. L'orrore di quella visione e l'imminenza della sincope innescarono un nuovo spasmo che mi liberò la gola. Tornai a vivere. Non ho un ricordo lucido dei momenti immediatamente successivi. Mi fermai solo dopo aver messo la distanza di sicurezza minima fra me e la nipote del gobbo di Notredame, una decina di chilometri. Tirai il fiato e cercai un modo per liberarmi della zavorra una volta per tutte. Ero davanti ad un ufficio postale, la roba era già impacchettata, decisi di spedirla a casa mia e, visto che c'ero, mi scrissi anche quattro righe. Quella di autospedirmi lettere durante i viaggi è poi diventata un'abitudine, è come tenere un diario, anzi meglio, è come ritrovare un diario smarrito in viaggio. L'odore stantio continuava a togliermi il fiato. Tendeva a diminuire quando la strada si allontanava dalla Senna, ma continuavo a non collegare la puzza col fiume. Era l'ora di pranzo quando decisi di prendere posto in un restaurant. Il cameriere aveva modi sbrigativi ma porgeva le pietanze con una coreografia sontuosa al limite del grottesco. Avevo preso del pesce. Per un pugliese il pesce arriva dal mare, i pesci d'acqua dolce vivono nelle bocce o negli acquari e una volta defunti si buttano nel cesso. Il pesce di mare, indipendentemente dalla specie, basta buttarlo sulla brace, si rigira e si mangia. Lo si può cucinare in vari modi, condire a piacimento ma, di base, porta in sé il sapore e l'odore del mare. Quel giorno scoprii che il pesce di fiume è commestibile, almeno per qualcuno. Viene cucinato in maniera elaborata per nascondere l'odoraccio di fiume. Il mio, in particolare, aveva un odore collocabile fra l'acqua dei piatti e il porta biancheria sporca. Certo, la maestria di uno chef può far miracoli, ma perché non cimentarsi con del sughero o del cuoio, tanto il risultato sarebbe lo stesso. Nel frattempo mi feci portare una bistecca di vitello, fortunatamente non di fiume.
La sala degli arrivi era invasa da una luce benevola. Mi inginocchiai. Il controluce trasformò in ombre nere i bambini che giocavano nel pulviscolo. Non era la prima volta che rimontavo la mia bici. La disposizione dei componenti sul pavimento, la sequenza dei movimenti, il marsupio porta attrezzi col taschino per la minuteria, tutto era previsto e rituale. Sembravo un veterano di guerra che rimonta il suo AK-47, mancavano solo la benda sugli occhi ed il contegno marziale. Le prime pedalate in salita confermarono i miei timori: troppo carico. Meglio una bicicletta leggera o ritrovarsi senza mutande di ricambio? E' un dubbio amletico, ma quando è troppo, è troppo. Non riuscivo ad alzarmi sui pedali senza barcollare pericolosamente. L'inventario mentale per individuare qualcosa di cui sbarazzarmi partì in automatico. Ero fra l'accendino e la chiave da tredici quando percepii un senso di ostilità da parte degli automobilisti. Mi osservavano, tutti. Sembravano facce disegnate sui finestrini. Dovevo avere qualcosa fuori posto. Forse il pantalone elastico aveva ceduto lasciando scoperte le italiche chiappe. Con qualche incertezza mollai il manubrio reso instabile dal sovraccarico e controllai con mossa pudica. Niente, tutto a posto. Ricambiai la processione di sguardi per capirne la natura. Andavano dall'ostile al commiserante, dall'incredulo all'angosciato. Archiviai quelle espressioni fra i messaggi indecifrabili e provai a far finta di niente, un po' come fece Geppetto con la vocina proveniente dal suo ciocco di legno. Percorrevo una strada a quattro corsie per senso di marcia che si biforcava in due grosse arterie, più da Big Apple che da Ville Lumière. Le indicazioni recitavano: a destra Paris Saint-Denis su cartello verde, a sinistra Paris Bondy su cartello blu. Non potevo certo proseguire per l'autostrada e decisi di attraversare le prime due corsie in direzione Paris Bondy, una cosa da matti. Le auto sfrecciavano ai centotrenta ed io cercavo di evitarle barcollando fra una corsia e l'altra con il collo lungo ed il fiato corto. Ricordo, in particolare, la faccia di un cinese che mi malediceva in madre lingua con le movenze concitate di Bruce Lee. Non erano passati venti minuti dall'atterraggio del Roma Ciampino - Paris Charles De Gaulle, il mio primo volo, il mio primo espatrio, il mio primo grande viaggio, il primo chilometro e già avevo rischiato di tirare le cuoia. Adoro i buoni auspici. Al terzo svincolo con il solito cartello a sfondo verde ero scoraggiato. Sembrava che da quella maledetta tangenziale uscissero solo autostrade. Mentre mi determinavo a paracadutarmi da un cavalcavia mi resi conto di essere seguito da una Renault della Gendarmerie. Mi fecero segno di uscire allo svincolo successivo, ubbidii. La pattuglia era composta da un ragazzino allampanato e da una paffuta signora di mezza età che sembrava sua zia, sia nelle fattezze che negli atteggiamenti. Dopo una breve quanto sterile colluttazione verbale provai a spiegare per quale motivo mi trovavo su quella che loro chiamavano autoroute. "Je vien par avion... aeroport Charles De Gaulle... en Italie les panneaux pour l'autoroute sont vert... pas bleu... compris?" Riuscii a farmi capire più per la gestualità italiana che per il vocabolario francese. Mi diffidarono dal percorrere autostrade, che in Francia hanno segnaletica blu, e sparirono prima che provassi a chiedere loro indicazioni per il centro. Mi ritrovai perso in una zona industriale, un dedalo periferico che la pausa domenicale rendeva, se possibile, più desolato. Ma l'avevo vista, solo per un attimo, percorrendo lo svincolo, bastava proseguire in direzione Sud-Est e sarei arrivato al primo traguardo, la Tour Eiffel. Incontrai i primi esseri viventi dopo sei chilometri di cemento: due cespugli avventizi ed un ragazzo magrebino alla fermata del bus. "Pour la Tour Eiffel?" Quello sembrò risvegliarsi da una anestesia totale. "Ou?" Il fatto che non avesse battuto i pugni sul petto per accompagnare quel suono mi meravigliò non poco. "Le centre de Paris... l'Ile de la Citè... la Tour Eiffel?" A quel punto il magrebino capì che non ero un borseggiatore, che non ero un mentecatto e, soprattutto, che non ero francese e decise di concedermi un plurisillabo. "Tout droit" Confidando nel mio misero francese scolastico svoltai a destra, ma la strada era chiusa e decisi di tornare dal ragazzo di poche parole a chiedere conto delle sue indicazioni. Mi catechizzò senza smentire la sua propensione alla sintesi. "Tout droit" e fece un cenno in avanti. "A droite" e fece un cenno a destra. Dritto e destra si dicono nella stessa maniera? Ma che lingua è? E' come se noi italiani dicessimo "dritto" e "a dritta" pretendendo di essere compresi dagli stranieri. La Tour Eiffel è talmente enorme che sembra di arrivarci svoltato l'angolo, e invece non arriva mai. Poi, quando ormai ti senti grande come un batterio dello yogurt, c'è un ponte sulla Senna e poi la torre. Ci sono dei posti nel mondo che ti fanno sentire protagonista anche se sei in mezzo alla folla. Posti magici, senza tempo. Arrivare alla torre in bici e' un po' come tagliare un traguardo, uno di quei traguardi che ti fanno respirare a fondo, e ti fanno sentire vincente, anche se sei ultimo e la gente ti dà le spalle.
La strada si avvitava su un colle disegnando una spirale di chilometri. In cima alla salita, fra le tracce stinte di un posto di frontiera, svettava un moderno obelisco di cemento, simbolo dell'unione fra le due Germanie e ricordo indelebile di una separazione dolorosa ed ancora riecheggiante. Da quel punto in poi la cartina stradale diventava meno dettagliata. Nessuna segnalazione di rilevanza turistica. Si limitava a riportare le strade, come se nell'ex DDR non ci fosse nulla da vedere. Effettivamente tutto cambiava. La strada proseguiva assecondando l'andamento del territorio, senza ponti né gallerie, e, nell'asfalto fratturato, vaste aperture lasciavano intravedere la vecchia pavimentazione in ciottoli di fiume. L'atmosfera irreale della foresta tedesca si stemperava nell'odore dolciastro dei campi di patate. Il sibilare delle BMW si mescolava al frinire delle Trabant, vetturette con la carrozzeria di plastica ed il motore a due tempi. Supermercati, centri commerciali, teatri, sale cinematografiche, discoteche ed alberghi trovavano posto nei colossali ruderi delle industrie di stato, mostri grigi trasformati in strutture sgargianti, capienti, vive, ma comunque inquietanti. Il territorio dell'ex DDR era un immenso cantiere a cielo aperto, il fragore di un'operosità frenetica rombava nell'aria e dovunque si indovinavano gru e pennacchi polverosi. Spesso le strade erano interrotte per lavori, ma chiedere informazioni per percorsi alternativi era impossibile, non incontrai un solo tedesco dell'est che conoscesse l'inglese. Le donne avevano un'aria semplice e genuina, portavano in volto il pallore di una vita senza agiatezze. Indossavano grossolani abiti fiorati lunghi fino al ginocchio chiusi in vita da una stringa ricavata dalla stessa stoffa, una specie di uniforme per casalinghe. Percorrevo un viale che attraversava l'ennesimo paesino spoglio, grigio e polveroso. Una bella ragazza, animata dal passo svelto di chi è affardellato, attirò la mia attenzione. Riuscii a scorgerla da lontano, fra la gente, e a non perderla di vista fino ad incrociarla. Indossava il solito abitino da casalinga, ma i fiori, piccoli e colorati, spiccavano sull'elegante sfondo bordeaux. In quel grigiore spiccava come il cappottino rosso della bambina di "Schindler's list". Portava una grossa cesta tenendola premuta conto l'anca con una sola mano. Il braccio libero scandiva l'incedere muliebre ed inconsapevolmente superbo delle belle creature. Quell'andatura fatta di passi brevi e frequenti metteva in moto le sue carni, e la veste, tesa dal peso sul fianco, conteneva a stento voluttà e floridezza. Era da un po' di giorni che facevo il turista a tempo pieno, fermarmi ad ammirare tutte le meraviglie che incontravo era ormai un'abitudine. Senza neanche rendermene conto mi ritrovai fermo a guardarla manco fosse una chiesa gotica o un panorama montano, dovetti reprimere l'istinto di metter mano alla fotocamera. La ragazza decise di fermarsi a sua volta e mi guardò con una scherzosa aria di sfida. Cercai di recuperare un contegno distogliendo lo sguardo verso il nulla, senza riuscire a cancellare dal mio volto quella stupida espressione a bocca aperta da "meravigliato dal mondo". Si avvicinò illuminata dal compiacimento e mi porse una pagnotta presa dalla cesta. Il pane era caldo e profumava di buono, o almeno credo, lei aveva un sorriso da bambina che avrebbe sciolto il pack e reso dolce il cianuro. Avrei voluto dirle qualcosa, ma cosa? e in quale lingua? Certo, avrei potuto ringraziarla, anche con un semplice gesto, ma lo stato di sopravvenuta demenza temporanea da tempesta ormonale me lo impedì. Lei flautò un incomprensibile saluto e mi lasciò lì, con la pagnotta in mano, portandomi via un organo interno. Ne sono sicuro perché ho avuto un senso di vuoto nel petto e nell'addome che mi è durato per molto tempo. Ripresi a spingere sui pedali cercando di dimenticare quell'episodio nel tentativo di liberarmi dal senso di inadeguatezza che mi aveva aggredito. Dopo poco smisi di pedalare lasciando scorrere la bici per inerzia. Un lago, una panchina, la mia stanchezza, una pagnotta calda, l'emozione che ancora vibrava nello stomaco, c'erano tutti gli ingredienti per strappare qualche minuto stanziale al frenetico viaggiare di quei giorni. Mi sedetti su quella panchina aggredita dalla vegetazione spontanea, la stessa vegetazione che aveva scomposto la pavimentazione del marciapiede. L'artefice di quel piccolo disastro era una inquietante pianta lacustre costituita da rami violacei, abilissimi nell'infilarsi negli anfratti e nell'avviluppare gli oggetti per poi distruggerli per costrizione, un autentico demolitore vegetale, lento ma inesorabile. Il cielo grigio e fumoso si specchiava nell'acqua facendone un posto triste e cupo. A riva alcuni rifiuti popolati dal muschio assecondavano l'impercettibile moto ondoso e contornavano di squallore il lago meno bello d'Europa. Mentre affondavo i denti nella fragranza del pane fresco comparve una coppia di cigni. Non saprei dire chi fosse il maschio e chi la femmina, a dire il vero non sono nemmeno in grado di escludere l'omosessualità, so soltanto che erano meravigliosi. Presi singolarmente sarebbero stati dei bellissimi esemplari, e basta, ma insieme rappresentavano uno spettacolo talmente commovente e disarmante da eclissare lo squallore che li circondava. Eleganti e maestosi, giocavano, scherzavano, si amavano, si completavano, godevano pienamente della loro vita semplice e frugale. Allungai la mano verso la borsa determinato a prendere la fotocamera per fissare quegli istanti. Nel recuperare la borraccia, che nel frattempo era caduta sotto la panchina, scorsi un fiore di dimensioni eccezionali e di straordinaria bellezza. Ero totalmente sconvolto, quello schifo di pianta distruttrice e priva di foglie aveva deciso di far sbocciare un unico, magnifico fiore nel posto meno raggiungibile e meno visibile, quasi avesse pudore di tanta bellezza. Lasciai perdere la macchina fotografica e continuai a godere di tutti i tesori che quell'angolo di mondo serbava. Il bello è in ogni posto, e non sempre è segnalato da una cartina.